Home > Recensioni > Il Bidone

Un bidone

Peripezie di tre imbroglioni: Augusto, vecchio e stanco del proprio mestiere, Roberto, il più spaccone, e Picasso, che ricorda un po’ il matto de “La strada” – non a caso è interpretato dallo stesso Richard Basehart. Il primo ha abbandonato la famiglia ormai da molto tempo, ha una figlia, e quando comincia ad avere rimorsi per una vita che non gli consente di ancorarsi a niente se non al piacere momentaneo dei soldi, finisce male. Stilisticamente non sembra un film di Fellini: i temi sono gli stessi de “La Strada”: la solitudine, l’indifferenza della Natura. Ma nel cinema è importante “come” viene raccontata la storia, anche se quest’ultima è piuttosto annacquata, o semplicemente non esiste nel senso di narrazione classica (e “8 e Mezzo” è uno splendido esempio di non-storia organizzata come un balletto sgangherato, con al centro la figura di un regista che “non ha niente da dire”). Con “Il Bidone” Fellini fa un film di narrazione, convenzionale, coerente, gravato dell’ideologia “dell’espiazione”. Probabilmente l’intenzione era quella di essere sincero fino in fondo, come testimonia la scelta di non riscattare il protagonista. E se il tono de “La Strada” era lirico, qui si sposta sul patetico, con tanto di accompagnamento di violini in accordo con i momenti classicamente commoventi. In definitiva, il punto sta nel fatto che il regista, forse, non se la sentiva di abbandonarsi ancora alla propria ispirazione esistenziale e fantasmagorica, specie all’indomani de “I Vitelloni” (1953) in cui si assisteva in questi termini a un vero e proprio guizzo, una ventata di libertà espressiva, con la sequenza della festa.

Scroll To Top