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  • Il Cacciatore Di Aquiloni

    Diretto da Marc Forster

    Data di uscita: 28-03-2008

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Quando a soffrire sono i deboli

Riprodurre un romanzo sullo schermo porta sempre con sé un grosso rischio. Il pericolo, poi, è ancora più insidioso se questo romanzo è stato letto da milioni di persone in tutto il mondo. Oneri e onori di voler sfruttare il filone commerciale di uno dei più letti best-seller degli ultimi dieci anni. “Il Cacciatore Di Aquiloni” è il romanzo del prodigioso Khaled Hosseini e il film di Marc Forster, già noto, invece, per le sette statuette di “Neverland – Un Sogno Per La Vita” e per la recente assegnazione della regia di “Quantum Of Solace”, ventiduesimo capitolo di James Bond (uscita prevista per il 7 novembre 2008).

Sullo sfondo di un Afganistan che sta per essere dilaniato dall’invasione dei sovietici prima, dalle guerre intestine dei mujiaidin dopo, sino alla vittoria dei talebani e all’oscurantismo culturale, si staglia la storia di due bambini di etnie diverse: pashtun l’uno (Amir), più ricco e dalla personalità complessa; hazara l’altro (Hassan), figlio invece del suo servitore, dalla devozione incrollabile. Le due giovani vite, cresciute assieme, si divideranno dopo una gara di aquiloni e la sodomizzazione di Hassan ad opera di alcuni ragazzi pashtun, quale punizione razziale per l’appartenenza a un’etnia considerata inferiore. È anche l’inizio della lotta fratricida tra le diverse componenti del popolo afgano, che culminerà con la vittoria dei pashtun, di cui i talebani sono stati l’espressione. Solo la crescita, la maturità e la sofferenza – che è poi quella di un intero popolo – riuscirà a sanare i torti e ripianare le ferite. Una storia di amicizia, violenza, povertà, di sofferenza e di profondo amore, ultimo sentimento che riuscirà a far chiudere il cerchio e a riportare tutto come era in principio.

La pellicola, girata in Cina (ai confini dell’Afganistan), è uno dei pochi esempi di perfetta aderenza al dato testuale del romanzo, dove le emozioni e i sentimenti vengono ben rappresentati dai piccoli ed eccellenti interpreti di Amir e Hassan. I quali, prima della proiezione nelle sale, sono stati oggetto di un “piano di protezione”, voluto dalla Paramount, dopo le accuse mosse loro dai connazionali per la scena dello stupro (invero solo suggerita e realizzata con molta delicatezza). A tal fine è stato inviato in Afganistan un agente della CIA onde prelevare i giovani e portarli negli Stati Uniti, dove tuttora risiedono.

È pleonastica la constatazione che non tutto ciò che è stato (magistralmente) narrato in 380 pagine poteva essere riprodotto sulla pellicola. Dopo aver evitato la pesante scena del tentativo di suicidio del figlio di Hassan, prelevato da Amir in un orfanotrofio, Forster elude anche tutte le sezioni introspettive del romanzo, il rapporto di amore/odio tra Amir e il padre, le assurdità del regime talebano. Il regista si limita ad accennare gli elementi esterni alla storia, che resta il vero fulcro del film. Egli così garantisce una maggiore fluidità alla pellicola, a scapito tuttavia degli aspetti storici e intimistici. Il cast, integralmente autoctono, registra l’unica debolezza proprio nella figura dell’Amir cresciuto, interpretato da un poco convincente Khalid Abdalla, troppo freddo (o abituato) dinanzi agli orrori della guerra.

Il film sprigiona un’indiscutibile carica emotiva, garantita dalla commuovente storia di amicizia, morte e amore, ma soprattutto dal contrasto tra la nostra pacifica e beata cultura e gli impossibili destini dei popoli calpestati.
Da segnalare la monumentale realizzazione del sito del film, finestra sull’incredibile manovra commerciale che, inevitabilmente, si nasconde dietro la pellicola. Del resto, non è più un mistero che la Paramount abbia già acquistato i diritti sulla seconda fatica di Hosseini, “Mille Splendidi Soli”.

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