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La funebre marionetta di Federico

Liberamente ispirato alle “Memorie” del veneziano Giacomo Casanova, grande seduttore e truffatore, dotato di sufficiente istruzione e piaggeria per essere accolto nelle corti di mezz’ Europa. Dal punto di vista stilistico-figurativo, Fellini pone il ’700 al servizio del “sentimento del film”: una scenografia teatrale, un attore teatralissimo, ed episodi esasperatamente grotteschi; ma di un grottesco rigoroso, severo, desolato. Il grottesco felliniano vuole sferzare la volgarità, il vuoto sfrenato (si pensi alla scena della festa in casa dell’ambasciatore inglese) che ha come simbolo “una funebre marionetta senza idee personali, sentimenti, punti di vista; un italiano imprigionato nel ventre della madre, sepolto là dentro a fantasticare di una vita che non ha mai realmente vissuto”, così Fellini descrive il suo eroe. Casanova fa del sesso un esercizio ginnico, un modo per appagare la sua inerzia nei confronti della vita, altrimenti vuota. È una “funebre marionetta” perché, non intervenendo sulla realtà con giudizi propri, è come se non vivesse, alienato, risucchiato dalla meccanica della noia sublimata in libido, tanto per ingannare il tempo, e quindi, la morte. Questa spersonalizzazione dei sentimenti lo rende simile ad un replicante. Ma il replicante si trova in uno stato di non-vita, non può provare calore umano, è freddo come un morto, ma non è un morto: se non può vivere, non può neanche morire. Non a caso, la morte gli si chiarifica sotto le sembianze di una bambola meccanica, bellissima come la donna-oggetto desiderata, ma finta. Né viva, né morta.

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