Home > Recensioni > Il Cavaliere Sole

Nel giardino dove non si muore mai

“Un’attrice è come il prete, e il teatro è come la messa”, così dice il drammaturgo e attore siciliano Franco Scaldati nel tentativo di reclutare di nuovo i suoi vecchi attori per rimettere in scena dopo molti anni” Il Cavaliere Sole alla ricerca del paese dove non si muore mai”, spettacolo ispirato da un’antica fiaba popolare a sua volta rivisitata da Italo Calvino.

Pasquale Scimeca segue i suoi personaggi muoversi in una Sicilia bella e straniante, quasi irreale; più spesso semplicemente li contempla, lascia che il suo sguardo di regista si incanti di fronte ai paesaggi, alle parole, ai canti, alle rime di una lingua – quella siciliana – celebrata come poesia musicale.

L’immediatezza espressiva nel raccontare un’umanità altra, reale ma anche letteraria che coinvolge nel gruppo di protagonisti pure un moderno Rosso Malpelo, si affianca ad una spiccata accuratezza formale che consente all’autore di mostrare, attraverso lunghe inquadrature, le campagne, i paesi, le nuvole e la luna come fossero la scena di un teatro. I personaggi sono isolati, veri nella loro concretezza, a volte buffa, di uomini e donne, ma anche persi in una dimensione di vuoto. Un vuoto non spaventoso, ma anzi placido, immobile. “Benvenuti nel giardino dove non si muore mai”, recita un cartello posto in un nulla geografico, ed è esattamente ciò che Scimeca ha cercato di mettere in scena fin dalle primissime scene del film: un luogo fuori dal tempo e dallo spazio, dove i pazzi, gli strani siano liberi di cantare, ballare, recitare, creare.

Tra documentario, teatro e finzione Scimeca realizza una pellicola insolita e vitale, complessa nella sua relativa brevità (poco più di ottanta minuti); cinema poetico, pittorico, insolito. Difficile amalgamare cinema, teatro e racconto fiabesco: Scimeca si innamora dei suoi protagonisti ce affronta la sfida con il giusto rigore ma anche con notevole grazia.

Scroll To Top