Home > Recensioni > Il Cielo Sopra Berlino

Gli angeli divisi

Un ritratto della Berlino divisa in Est ed Ovest, poco prima della caduta del Muro: è questa l’essenza di “Il Cielo Sopra Berlino” (spesso citato con il titolo inglese “Wings Of Desire”), film che segna un ennesimo ritorno del regista tedesco in Europa, dopo aver girato e aver ricevuto ottime critiche con “Paris, Texas”.

Wim Wenders, lo abbiamo visto con “Alice Nelle Città”, raggiunge i migliori risultati quando lavora a soggetti che si affidano molto ad un’atmosfera, piuttosto che ad uno sviluppo narrativo, e il suo film berlinese, omaggio sentito alla capitale tedesca ed ai suoi abitanti, diventerà uno dei capitoli più fortunati della sua carriera, premiato per la miglior regia al festival di Cannes.

Damiel (Bruno Ganz) e Cassiel (Otto Sander) sono due angeli che vivono a Berlino, la cui missione è quella di “testimoniare e preservare la realtà”: giorno per giorno annotano i vari avvenimenti della città e registrano i pensieri dei berlinesi. Damiel incontrerà una trapezista, innamorandosene, e, seguendo il consiglio dell’ex-angelo Peter Falk (nei panni di se stesso) deciderà di diventare umano. I due osservano i piccoli e grandi drammi della gente, ma sono loro stessi preda di sconforto, a causa della loro condizione di “stranieri” (i due ovviamente non possono essere visti né uditi dagli “umani”).

Stando a Wenders, l’ispirazione per i due protagonisti arriva dalle poesie di Rainer Maria Rilke, e il look con cappotto nero (molto anni ’80) fu scelto dopo che costumi con le ali furono giudicati troppo kitsch.

Come “Lo Stato Delle Cose”, “Il Cielo Sopra Berlino” è girato con pellicola 35mm in bianco e nero da Henri Alekan, e la fotografia è caratterizzata da un tono seppia per tutta la prima parte del film, mentre nella seconda si alternano sequenze in colore, per meglio caratterizzare la condizione umana; quasi superfluo dire che questa dicotomia ricalca Berlino divisa dal Muro.

Parecchi monologhi furono scritti da Peter Handke, già collaboratore di Wenders, ma Peter Falk scelse di interpretare dei propri pezzi.
Fra le sequenze da ricordare, Nick Cave che suona “From Here To Eternity” (ancora una volta il rock, tipica presenza nella filmografia wendersiana) e la scena all’interno della stupenda Staatbibliotek di Hans Scharoun, vicina a Porsdamerplatz.

OneLouder

La cortina di ferro, anzi di calcestruzzo, che tagliava la capitale tedesca: e Wenders parla di angeli… Il film è visionario, ma non è vago abbastanza: si capisce che Wenders è a suo agio, ma non si capisce bene a fare cosa… Questo paradossalmente è stata sia la fortuna del film, ma anche un punto debole. Chi cercasse infatti delle tracce di natura sociologica o storica sarebbe probabilmente deluso. Consigliato a chi non conosce Berlino o a chi la conosce bene.

Pro

Contro

Scroll To Top