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Qualche variante d’interesse nel poliziottesco

“Italiani ribellatevi”, recita un cartello di epoca partigiana nella casa svaligiata all’inizio del film.
Trenta anni dopo la Seconda Guerra Mondiale, infatti, l’Italia sarebbe sottoposta a una morsa simile a quella fascista da parte della criminalità, nell’azzardato parallelo posto dal film.

Ecco allora, nei titoli di apertura, una serie di operazioni criminose, comuni in quel periodo degli anni Settanta del Novecento, che sfocia nella rapina alle poste in cui sarà coinvolto, e successivamente mazziato, l’ingegnere Carlo Antonelli.
Che però è orgoglioso e reattivo, e si sostituirà a una polizia un po’ imbelle nella ricerca e punizione dei colpevoli.

Su questo versante, il pregio del film di Castellari sta tuttavia nel fatto che, nonostante le apparenze, non è affatto manicheo, seppure risenta di quella certa superficialità e di quel certo qualunquismo tipici del poliziottesco.
È vero, infatti, che c’è il topos del piccolo criminale “buono” che ruba per mangiare perché la vita ve lo ha costretto, ma è anche vero che sia il protagonista sia la polizia qua hanno ruoli e personalità più sfumati. Il primo cerca la giustizia e muove sospetti motivati verso l’operato della seconda, benché sia indubbio che si tratti di una testa calda un po’ incosciente e che sia spinto anche da un orgoglio e da una autodeterminazione piuttosto piccolo-borghesi. La polizia, dal proprio canto, appare sì impotente e forse collusa, anche per l’adombramento di motivazioni di carattere superiore, ma nei panni del commissario si mostra riflessiva, cosciente e di buon senso nell’instillare il dubbio sulla convenienza, morale e materiale, del farsi giustizia da soli.

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L’attrattiva principale del film resta ovviamente l’azione, che Castellari rende con grande perizia nell’uso di inquadrature e nel montaggio.
Quel po’ di attenzione e di acume in più sono grasso che cola.

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