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Hitchcock e il peplum

Esordio ufficiale di Leone alla regia, “Il Colosso Di Rodi”, se non giunge alle vette dei western successivi, denota già gli elementi fondanti del cinema del regista romano. Truffaut sosteneva che nel primo film di un autore sono visibili tutte le sue ossessioni e tematiche future, e il nostro caso non smentisce l’arguta riflessione. Organizzando all’apparenza un classico peplum come se ne giravano tanti tra la fine dei Cinquanta e tutti gli anni Sessanta, in realtà Leone mette in campo i suoi assi d’autore: la riflessione ironica sui miti del cinema, un personaggio strafottente e “trasteverino” coinvolto suo malgrado negli eventi, un gusto divertito nella continua citazione dei meccanismi hollywoodiani.

Rispolverando il magistero degli autori di kolossal americani con cui aveva lavorato (Wyler, LeRoy), tenta di trasformare un genere di cartapesta, ai limiti del ridicolo, in un gioco più ambizioso, piazzando il suo antieroe al centro di una sommossa contro il re Serse, suo ospite. Dario, nobile greco, guarda però all’intera faccenda con la sufficienza del patrizio, più interessato alle donne e al proprio piacere che alla difesa degli oppressi. Si troverà invischiato nella vicenda suo malgrado, (anti)eroe non per scelta.

Leone sfrutta al massimo le possibilità, lottando con un budget non eccelso, e riesce specie nel secondo tempo a inserire all’interno del meccanismo ormai logoro del genere il gioco di specchi, colto e raffinato, con la “memoria centrale del cinema”. Il finale con il terremoto cita direttamente il genere catastrofico hollywodiano e la sequenza sulle braccia del colosso, luogo in cui tutti i nodi narrativi vengono al pettine, è un omaggio in piccolo ma ironico a “Intrigo Internazionale” di Hitchcock.

Il valore artistico del secondo tempo ha tuttavia un valore prospettico, affascina perché mette in campo alcune delle idee fondanti del futuro cinema leoniano. Il luogo, la reggia di Serse, non è che una macchina di inganni, di porte segrete, di tunnel, di burroni. Il castello diventa un’enorme lanterna magica tesa ad accogliere lo spettacolo cinematografico. La storia greca, Leone lo capiva bene, era solo uno spunto per innescare l’azione: il difetto dei pepla stava nella superficialità con cui trattavano la materia storica e nei fondali di cartapesta; il regista romano invece di iniettare realismo e scrupolo storico non fa che sottolineare ancor più quella pratica, ma lo fa con cognizione di causa, volontariamente, accentuando l’idea spettacolare, facendo esplodere dinanzi allo spettatore il gusto dello sberleffo e della finzione.

Il gioco nasce soprattutto dalla sapiente mistura di generi: il peplum si fonde col cinema d’avventura, con il tema hitchcockiano dell’uomo quotidiano al centro di un grosso intrigo, i sandaloni sfociano nel noir (il personaggio di Lea Massari non è che una citazione diretta della dark lady con addosso una tunica). Da un punto di vista registico, la storia sfrutta ogni elemento di finzione, con gusto ironico, creando dei corto circuiti temporali, giocando con la realtà inafferrabile e ingannevole, secondo quell’atteggiamento critico e beffardo che sarà alla base della filmografia futura di Leone.

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Certo, il genere “sandalone” è oggi più che mai ammuffito e lo spettatore si chiede quale sia il motivo per cui debba offrirgli quasi due ore del suo tempo. Per esempio per vedere cose come un bad guy – in sandaloni – che pronuncia la fatidica frase “Fino a quando avrò un attimo di vita…” prima di essere colpito da una freccia. Mortalmente, s’intende!

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