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Le conseguenze del potere

Il giorno dell’insediamento come presidente del suo settimo e ultimo governo, Giulio Andreotti trova ad attenderlo all’ingresso – quasi a sbarrargli il passo – un grosso gatto bianco. Sornione, enigmatico, imperscrutabile, l’animale lo fissa immobile. Dopo uno scambio di sguardi complici, ad un suo gesto quasi impercettibile, il felino corre via misteriosamente lasciando libera l’entrata. È solo una delle innumerevoli trovate fantasiose e spiazzanti de “Il Divo”, quarto immaginifico film scritto e diretto da Paolo Sorrentino. Il divo del titolo è per l’appunto Giulio Andreotti, magnifica ossessione del regista napoletano, che per anni ha studiato il modo di raccontare tramite immagini uno dei personaggi più misteriosi e inquietanti della politica italiana del secondo Novecento. Sicuramente il più potente. A Titta Di Girolamo e Geremia De’ Geremei si va ad aggiungere un altro mostro, nella galleria di ritratti del cinismo e della dis-umanità allestita da Sorrentino nei suoi film precedenti. Un’altra maschera imperturbabile, con tutta la freddezza di un giocatore di poker che sta bluffando, quando nega ogni accusa davanti ai giudici nel processo per associazione mafiosa. Un altro amico di famiglia che per decenni ha potuto fare il bene degli italiani, a suo dire, solo accettando una quantità inimmaginabile di male. Soprannominato la Sfinge, Belzebù, la Volpe, il Gobbo, la Salamandra, il Papa Nero, l’Andreotti di Toni Servillo (attore geniale) è piuttosto un gatto. Come un gatto ha nove vite. Mantiene una granitica immobilità, poi si muove inaspettatamente rapido e furtivo. Impossibile decifrare una qualsiasi emozione al di là di un limitato codice di gesti. E come un gatto, dimostra una sufficienza e un’ indifferenza spietata verso tutto e tutti. Alle immagini dei più tremendi delitti irrisolti della recente storia italiana fanno da contrappunto le compresse effervescenti che cadono in un bicchier d’acqua, quelle che Andreotti usa per sedare le sue terribili emicranie.

La doppiezza, l’ambiguità, l’impossibilità di definire la linea di confine tra bene e male definiscono la reale grandezza di ogni uomo di potere. E in questo il film, che del potere quasi studia il lato metafisico, si modella completamente sul suo divo, evitando di schierarsi o dare qualsiasi risposta. L’enigma Andreotti rimane intatto.
Intorno a lui danzano gli incredibili personaggi che lo accompagnano nelle avventure politiche come in quelle mondane, la famosa corrente andreottiana, un sottobosco di deputati, uomini d’affari e personalità ecclesiastiche, che nelle scene iniziali Sorrentino ci presenta come una cricca di banditi, quasi personaggi da fumetto, accompagnati da didascalie che spiegano i loro compiti e i nomi di battaglia. Nel vederli entrare in scena e sfilare con movimento rallentato, non si può fare a meno di pensare alla Deadly Viper Assassination Squad tarantiniana.

Forte di una sceneggiatura vertiginosa, e di un brillante copione che per un terzo è fatto delle battute più famose dello stesso Andreotti, Sorrentino ci stupisce con ogni inquadratura. Il suo talento visionario è come sempre accompagnato dalla scelta di una colonna sonora che si fa indispensabile contrappunto all’impatto visivo e che in questo film raggiunge la perfezione. La sua cifra stilistica conferma una consuetudine alla quale il regista ci ha abituato, e che recupera il senso più autentico e profondo della settima arte: creare immagini per destare meraviglia.

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