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Il fiammifero delle vanità

È il 1987 quando dalla penna di Tom Wolfe, celebre scrittore americano, nasce “Il Falò Delle Vanità”. A tre anni dall’uscita di quel romanzo, Brian De Palma decide di dar vita a quei personaggi riscrivendoli in trentacinque millimetri.

New York, anni ottanta. La grande mela di cui tutti vogliono, pretendono, esigono un morso, fa da comun denominatore. Bianchi, neri, ricchi, poveri, religiosi o no, tutti respirano quel clima di tensione, quella ricerca del sogno americano che annebbia le coscienze e divide gli individui tra chi ce l’ha fatta, e chi no . Nel selvaggio tutti contro tutti in cui ognuno tira l’acqua al proprio mulino anche un caso di cronaca può sconvolegere gli equilibri.
Sherman McCoy (Tom Hanks) è un operatore di borsa presso Wall Street. Una sera si trova in macchina con la sua amante Maria Ruskin (Melanie Griffith), sbaglia strada e finisce nel Bronx dove subisce un tentativo di rapina. Nella fuga Maria, al volante dell’auto di Sherman, investe uno dei due rapitori il quale il giorno dopo cadrà in coma. Sherman vorrebbe chiamare la polizia ma Maria lo dissuade dal farlo. I guai cominceranno quando sarà la polizia, in base ad una testimonianza, a mettersi sulle tracce dell’auto di Sherman.

Tirare le somme di questo film è cosa senz’altro non facile. Da un punto di vista commerciale il film non è stato certo un successo e, nonostante un cast così
assortito e di qualità, la maggior parte della critica non sembra aver accolto positivamente le scelte relative agli attori/personaggi.
Personaggi squadrati ma privi di spessore e situazioni portate al limite strappano sorrisi e riflessioni di breve durata. Pur essendo un film girato discretamente, pur
godendo di un buon ritmo, l’impressione alla fine è che sia la retorica spiccia a farla da padrona. Questo “Falò Delle Vanità” non sembra nulla di più di una piatta trasposizione cinematografica, una goccia in un oceano. Né bello né brutto, né divertente né riflessivo: forse solo un pochino inutile.

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