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Il western dei Coen

Dopo “Non È Un Paese Per Vecchi” Joel ed Ethan Coen tornano a rivolgere il loro sguardo all’ovest e al western, stavolta muovendosi anche nel tempo, per riesumare un genere in una rivisitazione che, a dire il vero, specie se confrontata con altri sparuti esempi contemporanei, racconta un West più classico di quanto ci si potrebbe aspettare.
I guizzi coeniani sono più ridotti, ma non del tutto addormentati. Li si intravedono nella raffigurazione di un Ovest selvaggio, lontano da ogni forma abitata, dai luoghi topici, sia storici che cinematografici, nel pistolero stanco, pronto alla resa di Jeff Bridges, che accetta di malavoglia l’incarico di acciuffare l’assassino del padre di una ragazzina.
I Coen si appropriano dei meccanismi del western e li svuotano dall’interno, scavando sotto la scorza classica, abbandonando i loro personaggi in una landa selvaggia dove non c’è spazio per la mitizzazione, né dello sceriffo né tanto meno del villain, talmente appannato da rischiare quasi l’inconsistenza drammaturgica.
A dominare la scena è la giovane Hailee Steinfeld, che conferisce a Martie Ross una maturità forte capace di tenere testa a impresari lestofanti e a sceriffi ammosciati. Nonostante il titolo, il Grinta della nuova versione, grazie anche all’interpretazione volutamente sottotono e “vigliacca” di Bridges, diventa quasi un comprimario-assistente della ragazzina, vera protagonista testamentaria della storia.

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I Coen rileggono non tanto il mito di Wayne ma si rifanno al romanzo di Portis che aveva ispirato anche la pellicola di Hathaway. Il rischio però, in questa operazione a metà tra struttura classica e punte avvelenate di smitizzazione, è una certa freddezza dell’operazione. Non siamo ai livelli degli altri capolavori coeniani, ma la classe non è certo svanita.

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