Home > Recensioni > Il Primo Uomo

Amelio filma Camus

Cinque anni dopo “La stella che non c’è” Gianni Amelio torna con un film che coniuga (auto)biografia e impegno civile. “Il primo uomo” è liberamente tratto dall’omonimo romanzo autobiografico di Albert Camus, incompiuto e edito postumo. Vincitore del premio della critica al festival di Toronto, l’opera di Amelio si colloca in questa in questa primavera di rinascita del cinema italiano sotto l’insegna dell’impegno, assieme a “Romanzo di una strage” di Tullio Giordana e “Diaz” di Vicari, sebbene si tratti di film dall’approccio stilistico molto diverso.

Protagonista è Jean Cormery, alter ego di Camus, scrittore di successo figlio di coloni francesi in Algeria, che torna nella sua terra d’origine. Qui vive ancora la madre, cui lui è molto legato, che si rifiuta di andare in Francia perché “in Francia non ci sono gli arabi”. In un paese devastato dagli attentati e animato da fermenti rivoluzionari, Cormery torna sui passi della propria infanzia segnata dalla povertà e dalla morte del padre durante la prima guerra mondiale.

Amelio centra il nocciolo del pensiero di Camus sulla questione dell’Algeria libera, una ferita ancora aperta in Francia, sebbene consegnata ai libri di storia: il colonialismo è un fatto antistorico, provoca uno scollamento tra il paese dominatore e l’identità del paese dominato che non può essere rappresentata come sarebbe legittimo. Una contraddizione in termini.

Dal punto di vista storico e filosofico Amelio è ineccepibile: chiarifica e rende complesso un pensiero che spesso è stato interpretato in modo semplicistico attribuendo a Camus la famosa frase: “tra la giustizia e mia madre io scelgo mia madre”. Il senso viene dato dal regista in un lungo primo piano a macchina fissa che riprende Cormery alla radio, ed è più o meno questo: se voi, popolo algerino, che avete conosciuto la povertà, come mia madre, praticate il terrorismo, che uccide innocenti, allora io sarò vostro nemico. Camus era a favore di una soluzione politica della crisi algerina, e auspicava una utopistica convivenza con i coloni francesi, perché avendo vissuto la situazione dall’interno, sapeva che gran parte dei francesi algerini erano affratellati con gli algerini dalle stesse miserie, e la loro identità di francesi era inscindibile dalla terra algerina.

OneLouder

L’analisi di Camus era complessa e veritiera, in perfetta linea con lo spirito più autentico delle lotte rivoluzionarie del ‘900, lotte di riscatto dalla povertà, senza distinzione di etnie, cosa che non piace al rancore rivoluzionario perché richiede molta umanità e razionalità. Per questo “Il primo uomo” non è un archetipo, ma siamo tutti noi, non è portatore di individualismo ma di consapevole (e doloroso) senso comunitario. È per questo che si batte Camus, è questo il suo essere “l’uomo in rivolta”.
Con uno stile un po’ piatto, che prende vigore nella seconda parte con trovate registiche meno convenzionali, facendosi “cinema”, Amelio ci ha regalato un altro racconto di formazione lungo tutta la vita di Camus.

Pro

Contro

Scroll To Top