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Vecchi linguaggi per nuove rivoluzioni

Mentre lo scontro internazionale sulle estradizioni di Assange e Snowden continuava a consumarsi sul piccolo schermo, Dreamworks si è assicurata i diritti per il grande schermo di un paio di libri relativi al controverso fondatore di WikiLeaks, Julian Assange.

Chiamato in tutta fretta Josh Singer a scriverne l’adattamento e Bill Condon a dirigerlo, la produzione de “Il quinto potere” si è precipitata a girare la storia sulla nascita del sito che ha creato gli scoop giornalistici più eclatanti degli ultimi anni. La mossa strategicamente più rilevante è stata assoldare il quotatissimo Benedict Cumberbatch per interpretarne il discusso protagonista e un variegato cast di talenti comprovati di provenienza seriale per ricoprire il resto dei ruoli.

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La nascita del quinto potere e la sua lotta per svelare complotti e misfatti ha un potenziale che fa sembrare la battaglia miliardaria tra i creatori di Facebook una scaramuccia tra adolescenti. Eppure il film soccombe nel confronto con quello che è il suo evidente riferimento stilistico, “The Social Network”, a riprova del fatto che nomi come David Fincher e Aaron Sorkin fanno la differenza.

La regia ambiziosa ma poco mordente di Condon e la sceneggiatura poco affilata di Singer finiscono per ridimensionare anche l’enome potenziale che come al solito Cumberbatch dona alla pellicola.

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