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Fiaba selvaggia

Francia 1973, il pedagogo provenzale Jean Itard cerca di educare Victor, un dodicenne trovato nei boschi dell’ Aveyron. Totalmente ineducato e con diagnosticate deficienze mentali, il ragazzo vive allo stato brado e sarà Itard ad imporgli il senso di civiltà, dimostrando come i suoi problemi siano dovuti unicamente alla mancanza di socializzazione.
Due storie si fondono e percorrono insieme gli ottantacinque minuti di pellicola, inseguendo mete tanto diverse da trovare notevoli punti in comune. Victor dovrà recuperare un’educazione mai avuta, Jean intraprendere un metodo mai sperimentato. Una simbiosi, quella tra i due, che diventa poetica nei punti salienti del racconto. Un racconto che sottolinea la propria forza estetica nel bianco e nero. Un bianco e nero scandito e totalmente immerso nelle musiche di Vivaldi.
François Truffaut interpreta un dottor Itard nel più passionale dei modi e si potrebbe dire lo faccia in uno dei suoi film più ‘freddi’. Uno di quei film in cui la precisione storica supera la poesia, senza mai però oscurare il ruolo fondamentale dell’amore per l’infanzia e dell’incantevole approccio che il regista francese ha con questa età di dissenzi e di incomprensioni.
Nascono, all’interno dell’opera, una paternità che tale non è, e un’appartenenza tanto naturale quanto illogica. Jean è totalmente calato nei panni di un padre in dovere di riprendersi un figlio che alla natura e al suo ambiente sente di appartenere come a una madre.
Un calderone di ruoli, sapori, umori, amori, scienza e filosofia. Quasi a pensare che un film del genere non poteva che essere ambientato in Francia, terra madre di pensieri e pensatori che profondamente influenzano il pensieri di Itard.
Una storia delicata e gentile, al sapore di fiaba.

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