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  • Il Resto Della Notte

    Diretto da Francesco Munzi

    Data di uscita: 11-06-2008

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Ha da passare la nottata

Per molti versi “Il Resto della Notte”, secondo film scritto e diretto da Francesco Munzi, è una ripresa del primo, fortunato lungometraggio del regista romano. Presentato alla quarantesima edizione della Quinzaine des Réalisateurs del Festival di Cannes, il film riparte dalle atmosfere e dagli ambienti evocati in “Saimir”, storia di immigrazione e convivenza tra emarginati del nuovo millennio nella provincia italiana. La notte del titolo non è più, o almeno non soltanto, quella del traffico di clandestini trasportati sui furgoni da una costa all’altra della penisola. Il resto della notte è molto più lungo e pieno di zone d’ombra, e soprattutto coinvolge in modo trasversale ampie fasce della società italiana. Quella del finto benessere alto-borghese, e delle sue famiglie arroccate in ville-gioiello, che dietro la sfacciata ostentazione della ricchezza e della felicità convenzionale nei portaritratti d’argento nasconde nevrosi, paure, apatia. Ma anche l’Italia dei disadattati e degli avanzi di galera, piccoli malavitosi per cui l’espressione sbarcare il lunario significa cercare soldi facili per rimediare la dose di cocaina quotidiana.

Quasi a voler riprendere il filo narrativo appena intravisto nella scena della villa svaligiata dai giovani immigrati e ragazzi di vita in “Saimir”, Munzi ci presenta, in apertura, il contesto agiato di una ricca famglia del Nord-Est, ma trova ben presto la chiave per un triplice racconto, tre storie che proseguono parallele fino ad incontrarsi in un tragico epilogo.

La moglie di un industriale di provincia (Sandra Ceccarelli) licenzia la loro domestica rumena (Laura Vasiliu) convinta che la ragazza le abbia rubato dei gioielli. La giovane torna quindi dal suo ex fidanzato, connazionale uscito da poco di galera, che condivide con il fratello adolescente Victor uno scalcinato appartamento in una palazzina-ghetto, e cerca di mettere da parte qualche soldo rimediato grazie a rapine e affari illeciti procuratigli da un italiano ex carcerato, cocainomane e con una situazione familiare disastrata alle spalle.

Munzi cerca ancora una volta di andare al di là della semplice contrapposizione tra bene e male, e sembra interessarsi invece alle sfumature di una realtà che, come sempre accade, è molto più complicata di quanto sembri. Il suo sguardo non giudica, non vuole suggerire risposte, né tantomeno spingere lo spettatore a prendere posizione. Semplicemente lo spiazza, lo invita a porsi delle domande e a compatire in egual misura la varia umanità avvolta dalle tenebre della stessa notte interminabile. Alla criminalità degli immigrati, quella dei furti in villa, fa da specchio quella ben più subdola degli italiani che li sfruttano tramite il lavoro nero e sottopagato.

L’unica riserva è sulla scelta di Munzi di replicare, attraverso il personaggio del giovane Victor e la sua finale presa di coscienza, la storia di formazione adolescenziale raccontata in assoluto primo piano in “Saimir”: a confronto infatti lo stesso messaggio finale di speranza e possibile riscatto arriva molto indebolito, facendo risaltare così il prezzo che il film paga, da un certo punto in poi, alla frammentazione dei piani del racconto.

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