Home > Recensioni > Il Salario Della Paura

Correlati

Friedkin Leone d’Oro alla carriera a Venezia 70

In occasione del Leone d’Oro alla carriera al grande William Friedkin (il regista, tra gli altri, de “Il braccio violento della legge” e “L’esorcista” per i più “distratti”) è stata proiettata al Lido la versione restaurata di “Sorcerer – Il salario della paura“, dimenticata opera del 1977 mai degnata di un passaggio in TV o di un edizione in DVD. E, diciamolo subito, stiamo parlando di un’operazione filologicamente ineccepibile perché la pellicola in questione sfiora la status di capolavoro.

Il film è, in pratica, un remake del (questo sì) capolavoro assoluto “Vite vendute” di Henri-Georges Clouzot, personalizzato nel suo particolare stile asciutto e muscolare da Friedkin. L’assunto base è il medesimo: quattro uomini rifugiatisi per traversie personali in uno sperduto villaggio del Sudamerica devono portare a bordo di due scalcinati camion attraverso la giungla delle cassette di nitroglicerina che serviranno a far esplodere un pozzo petrolifero che ha preso fuoco in seguito ad un incidente. Una missione praticamente suicida; riuscire ad arrivare incolumi alla meta dopo 218 miglia di piste accidentate e terreno fangoso, con un carico che esplode se sottoposto a vibrazioni eccessive. In cambio avranno soldi e un passaporto per tornare a casa.

Il regista americano fa completamente suo l’apocrifo remake fin dal prologo, totalmente assente nell’originale. In quattro diverse parti del mondo i nostri (anti)eroi si mettono nei guai, e ad ognuno è dedicato, in pratica, un piccolo film di genere. Indimenticabile l’episodio “americano” con Roy Scheider autista della mala in un colpo finito male, che nell’inseguimento stradale ricalca in piccolo le gesta di Gene “Popeye Doyle” Hackman nel “Braccio violento…” premiato con l’Oscar nel 1971.

“Sorcerer” è cinema d’azione scabro, poco dialogato, con una macchina da presa febbrilmente in movimento che assomma piani sequenza in stile reportage a momenti di montaggio “puro”, che costruisce la tensione con la semplice successione dei campi e il magistrale uso del sonoro (la scena dell’attraversamento del ponte sotto la pioggia rimarrà per sempre negli occhi di chi la guarda).

Oltre all’omaggio al grande Clouzot, Friedkin innesta su una storia già nota il suo personale percorso d’autore. Non c’è espiazione possibile per chi commette violenza, che sia questi un terrorista palestinese, un cacciatore di nazisti ebreo, un colletto bianco autore di una megafrode o un piccolo malavitoso travolto dagli eventi. Lo stregone del titolo originale s’annida in territori selvaggi, i suoi occhi di pietra ci osservano fin dai titoli di testa e, in un magistrale finale che aggiunge il noir alla miriade di generi proposti, sembra dirigere l’ineluttabilità del destino. Dall’inferno non si può uscire vivi.

Pro

Contro

Scroll To Top