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La paura e la tristezza

“The Sitxth Sense” (“Il Sesto Senso”, 1999) è il film più noto di Shyamalan, uno dei suoi più grandi successi (anche dal punto di vista degli incassi) ed è sicuramente stato determinante nell’imporlo all’attenzione di pubblico e critica.

Benché lo stesso regista affermi che etichettare come “horror” i suoi film sia fuorviante, è innegabile che questo film attinga all’immaginario, letterario prima ancora che cinematografico, della storia di fantasmi (si pensi ad esempio all’atmosfera inquietante e ambigua di racconti come “Giro Di Vite” di Henry James).
L’elemento che più degli altri ha creato interesse e curiosità intorno al film è l’ormai noto “colpo di scena”, il coup de théâtre finale che consente, ad una seconda visione, di rileggere l’intero film in maniera diversa, per molti aspetti opposta. Si tratta di un artificio narrativo piuttosto forte che tuttavia non compromette né la fluidità né la credibilità del film, dal momento che fin dall’inizio Shyamalan segue, coerentemente, il punto di vista e le percezioni del protagonista Malcolm che, come spiega il piccolo Cole, “vede solo ciò che vuole vedere“, esattamente come gli spettatori.

Il personaggio principale, dopo il precedente “Wide Awake” (“Ad Occhi Aperti”, 1998), è ancora un bambino: Cole, nove anni, apparentemente affetto da disturbi psichici ma che, si scoprirà, ha in realtà la capacità di vedere i fantasmi. Il fatto che il bambino sia dotato di un sesto senso, di una capacità che gli permette di percepire più a fondo degli altri il dolore umano, tanto dei vivi quanto dei morti, dà modo a Shyamalan di impostare la sua messa in scena secondo precisi riferimenti ai cinque sensi, in particolare vista e udito.

Vedere, non vedere, incapacità di ascoltare o di farsi ascoltare, percepire o meno la propria presenza nel mondo, sapere o non sapere di (non) esistere: sono questi i conflitti intorno a cui ruota questa storia piena di una tristezza densa, pesante che sarà una caratteristica anche delle successive opere del regista. È una tristezza che non nasce da fattori esterni ma, più dolorosamente, da un’incapacità di muoversi nel mondo trovando un compromesso tra le proprie debolezze e le proprie speciali qualità, che a volte, come nel caso di Cole, paradossalmente coincidono. Altro tema centrale nel film è la paura, quella paura che paralizza, che spinge a fuggire da qualunque contatto col mondo esterno con cui spesso i personaggi di Shyamalan si trovano a dover combattere.

Con “The Sixth Sense” è poi già evidente l’attenzione dell’autore per la componente cromatica dei film: i colori sono per lui un mezzo espressivo, quasi narrativo, al pari di regia e sceneggiatura. In questo caso la pellicola è impostata secondo una dialettica continua tra rosso e blu e, sebbene il rosso sia il colore che dovrebbe segnalare i contatti con l’Aldilà e con i fantasmi, ad una lettura più attenta ci si accorge di come i significati non siano mai così netti e univoci: nel cinema di Shyamalan, che fa della tensione e dell’inquietudine i propri nuclei centrali, i colori hanno valore non tanto per loro stessi quanto per i contrasti che possono generare.

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