Home > Recensioni > Il Treno Per Il Darjeeling
  • Il Treno Per Il Darjeeling

    Diretto da Wes Anderson

    Data di uscita: 02-05-2008

    vai alla scheda del film

    Loudvision:
    Lettori:

Metti un treno, l’India e Wes Anderson

Sta per uscire in Italia l’ultimo film del texano Wes Anderson, tra i protagonisti dell’ultima Mostra Del Cinema di Venezia. Tre fratelli che non si parlano da un anno, da quando cioè loro padre è morto, intraprendono un viaggio in India organizzato dal maggiore dei tre, che vuole ricondurre la propria famiglia all’unità perduta attraverso la spiritualità dei luoghi indiani, con in più un piano segreto (ma non a lungo) da attuare.

Raccontato così potrebbe sembrare un film drammatico, toccante, infuso di quella spiritualità tanto osannata dagli occidentali, e in parte lo è, ma giunge ad esserlo per altre vie. Il film, infatti, sembra costruirsi attraverso siparietti comici che ruotano attorno ad un motivo cardine (un serpente, un’automobile, ma anche i temi di conversazione tra i tre fratelli, con dialoghi perfettamente ritmati sul registro dell’ironico). Owen Wilson, Adrien Brody e Jason Schwartzman danno vita a tre personaggi buffi, fortemente connotati già dalle loro mise. Certo, vivono un dolore che non riescono ad affrontare insieme, ma questa incomunicabilità si esplicita attraverso la cifra dell’umorismo; di qui, ad esempio, la scena del dialogo muto con la madre (Angelica Houston) che è sparita per farsi suora in un convento, sulla cima di un monte in mezzo alla selva indiana: dovrebbe essere una scena eminentemente drammatica – e, anche qui, collateralmente lo è – ma non in modo classico.

Dalla nave (“Le Avventure Acquatiche Di Steve Zissou”) al treno, Anderson ama le sfide registiche (e logistiche), soprattutto quando si tratta di girare su un vero treno in movimento, con gran parte delle scene che si svolgono nello spazio ristretto di uno scompartimento, trasformato peraltro in un gioiello di design. La colonna sonora, poi, mescola Rolling Stones e The Kinks a Debussy e Beethoven, più una spruzzata di Bollywood. Il risultato è, in una parola, cool, come può esserlo la colonna sonora di “Kill Bill”. Ma resta sullo sfondo un sospetto appena accennato: che, alla fine dei conti, si tratti soprattutto di un esercizio di stile.

Scroll To Top