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Vedere la morte in faccia

“Imago Mortis” parte dall’assunto (ben poco scientifico) che se la fotografia non fosse mai stata inventata, l’unico modo per catturare un’immagine sarebbe quello di uccidere una persona e rimuovere i suoi bulbi oculari: secondo la thanatografia, tecnica per fortuna solo immaginaria, sarebbe possibile trasferire su un supporto sensibile l’ultima immagine fissata sulla retina della vittima.

Bruno, ragazzo fragile e inquieto, studia regia alla scuola di cinema Murnau. Orfano di entrambi i genitori, passa le notti a curare l’archivio scolastico per pagare la costosa retta. L’insonnia e una sensibilità visionaria lo portano a percepire strane apparizioni e a cercare di scoprire cosa si nasconde nei sotterranei della scuola, fino alla rivelazione di un’agghiacciante verità.

Alla sua prima prova dietro la macchina da presa, Stefano Bessoni vola alto, cimentandosi in un genere, l’horror, per troppi anni finito nel dimenticatoio della produzione cinematografica italiana, e costruendo allo stesso tempo un’ambiziosissima opera autoreferenziale che cerca di indagare gli impulsi più profondi e inquietanti che spingono a fare cinema.

Di fatto il film è il parto di tre ossessioni del regista, illustratore e sceneggiatore romano: l’ossessione verso la morte, una, molto personale, verso le immagini e la loro cattura definitiva e permanente, e non di meno verso le scienze occulte e l’alchimia. Un cocktail alquanto macabro, che ci restituisce una fiaba gotica e molto barocca, la quale non a caso fila a meraviglia sul piano del fascino visivo e delle atmosfere evocate.

L’incanto della ghost story però funziona solo nei primi 40 minuti del film. Bessoni ci regala suggestioni da cinema espressionista, con una regia che sfrutta sapientemente le location goticheggianti scelte per la scuola di cinema Murnau. La voluta atemporalità del racconto contribuisce efficacemente alla resa del mistero che circonda l’istituzione e i suoi tenutari.

Ma c’è un punto, molto ben identificabile e che corrisponde alla scena della spiegazione dei meccanismi dell’improbabile thanatografia, in cui la sceneggiatura comincia a scricchiolare, per cadere rovinosamente, durante il resto del film, sotto il peso di un citazionismo fine a sé stesso che alla lunga stanca. Una volta tracciate le nobili linee genealogiche della pellicola, della presupposta riflessione sul cinema e la morte resta ben poco, insieme a una trama che fa acqua da tutte le parti e personaggi che gareggiano nel perdere progressivamente ogni credibilità. Fino ad arrivare alla mazzata finale inferta dalle ultime deludenti sequenze.

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