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L’innominabile colpa di Sebastian

Violet Venable vive nell’adorazione del figlio Sebastian, aspirante poeta, morto in circostanze oscure durante una vacanza con la cugina Catherine nel Mediterraneo. Unica testimone della tragedia, Catherine inizia a soffrire di allucinazioni, diventa instabile ed aggressiva e farnetica cose terribili sulla moralità del cugino. Violet la fa ricoverare in manicomio per impedire che infanghi la memoria del figlio e convince il dottor Cukrovicz a lobotomizzarla in cambio di fondi per la clinica. Ma grazie all’aiuto del dottore la verità sulla morte di Sebastian verrà a galla.

Dall’atto unico di Tennessee Williams, Mankiewicz trae un dramma morboso e angosciante, una delle più contraddittorie rappresentazioni dell’omosessualità nella Hollywood anni ’50. Sorretto da una tensione che non molla un istante e ti trascina in un maelstrom di allucinata cupezza, il film ha nel personaggio di Sebastian, snob tormentato ed omosessuale famelico, il suo protagonista assente. La censura non permise che avesse voce e volto e lo stesso Williams, in pieno mood autopunitivo, si divertì ad inventare per lui una morte atroce, facendone una vittima del suo incolmabile desiderio e, metaforicamente, della crudeltà della natura. Eliminato dal dialogo qualsiasi esplicito riferimento all’omosessualità, la prosa di Williams esplode in tutta la sua forza metaforica ed espressionistica.

Non dare un nome all’innominabile colpa di Sebastian e procedere per immagini poetiche ed allarmanti sottintesi ha l’effetto di ingigantire l’ambiguità del ritratto e le contraddizioni del testo. Evidentemente schiacciato da una madre troppo ingombrante, la figura di Sebastian diventa espressione della vergogna irrisolta dell’autore e della lacerante omofobia degli anni ’50.

Il film ruota intorno alla metafora della inesorabilità della natura, simboleggiata dal giardino di Sebastian ed espressa nel racconto della corsa delle tartarughe verso il mare divorate dai falchi sotto l’implacabile occhio di Dio. “Siamo tutti preda di questa natura divoratrice”, ma anche “fanciulli che tentiamo di comporre il nome di Dio coi dadi sbagliati”. Di bianco vestito, raffinato ed elegante, Sebastian era “buono e gentile, ma vedeva qualcosa di tremendo in se stesso”.

Celebre il monologo in cui Elizabeth Taylor ricostruisce le circostanze della morte: i continui riferimenti al caldo torrido e al bianco accecante del cielo, le implicazioni sessuofobiche del testo, il tetro simbolismo visivo e l’inquadratura divisa tra il volto di Catherine e le immagini della memoria. Ed indimenticabile la Hepburn, terribile matrona carnivora che discende dal cielo in ascensore come una dea sul suo trono.

Se le implicazioni psicanalitiche oggi fanno sorridere per la loro ingenuità, magnifica resta la potenza poetica di Williams laddove descrive il desiderio di Sebastian: negato ed inespresso, tale desiderio si fa mostruosamente grande e non basta l’ispirazione poetica per sublimarlo. “Il vuoto di quel quaderno diventava sempre più grande. Così grande, da essere grande e vuoto… come il grande e vuoto azzurro del cielo e del mare”.

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