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  • Indiana Jones E Il Regno Del Teschio Di Cristallo

    Diretto da Steven Spielberg

    Data di uscita: 23-05-2008

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Il ritorno dell’archeologo più famoso del mondo

Negli ultimi dieci anni ci eravamo abituati – male, e obtorto collo – ai ritorni non richiesti delle grandi icone cinematografiche del passato. E le cose, nel tempo, sembravano peggiorare, invece che tendere a un’evoluzione positiva: eravamo passati da “Alien Resurrection” (paccottiglia b-movie) al debole e noioso “Terminator III” (ed è in arrivo un quarto…), per non parlare del risibile “Superman Returns”.
Saghe ineluttabilmente concluse recuperate attraverso vere e proprie acrobazie narrative, pur di raschiare il fondo del barile di una celebrità vestita di culto che avremmo volentieri lasciato nell’Olimpo dei magnifici ricordi.

Comprensibile, quindi, pensare a questo nuovo capitolo di Indiana Jones, con un Harrison Ford diciannove anni più vecchio, come una potenziale minaccia alla qualità della serie, specie considerando il momento di forma non proprio ineccepibile di Steven Spielberg, protagonista in questi anni di un altro ritorno, quello alla fantascienza, decisamente discutibile.

Per Indy, tuttavia, il discorso era differente: nessuna conclusione ineludibile nel plot (lo schema “a episodi” della serie lascia ampi margini di manovra in questo senso), un fascino mantenuto intatto dalla sua dimensione temporale non legata alla contemporaneità, né alla fantascienza, con il vantaggio di poter agire sulla contestualizzazione senza rischiare anacronismi, usandola per giunta come elemento cardine della sceneggiatura.

Ebbene, differisce anche il risultato finale, perché “Indiana Jones E Il Regno Del Teschio Di Cristallo” è un film valido. Non all’altezza dei grandiosi predecessori, sia chiaro, ma godibile e spettacolare, sufficientemente ironico e senza dubbio ancora percorso da quella magia insondabile che permea l’eroe frusta & cappello.

Al posto dei soliti nazisti, stavolta ci sono i servizi segreti sovietici (siamo in piena guerra fredda), che costringono il Dottor Jones a consegnare loro una reliquia custodita in un magazzino top secret (strepitosa citazione, si tratta di quello del finale de “I Predatori”: compare per un attimo anche l’Arca…) della difesa americana: si tratta del corpo mummificato di un alieno, giunto sulla terra durante un incidente tenuto segreto dai servizi militari statunitensi. Liberatosi in modo a dir poco rocambolesco – le sequenze sono tecnicamente notevoli, specialmente inquietante quella dell’esperimento nucleare, seppur spesso davvero iperboliche – Indiana Jones viene raggiunto dal giovane e sconosciuto Mutt (LaBoeuf), che ha un messaggio per lui e una mappa riguardante un leggendario teschio di cristallo di provenienza precolombiana.
Le due questioni, ovviamente, convergono presto, con Indy che stavolta si trova a combattere contro i sovietici in piena Amazzonia.

Un po’ contorto, senza dubbio. E infatti il plot rappresenta probabilmente l’anello debole della pellicola, così come l’uso dei Rossi come impero del male funziona senza dubbio meno di quanto non accadesse con i seguaci del Reich – ma pare ci siano notevoli problemi di doppiaggio, alla base di un risultato che scade a più riprese dall’ironico al macchiettistico. D’altro canto, però, Spielberg si ricorda in extremis di essere un grande regista e mette insieme alcune scene davvero memorabili, indulge gigione sulla presa nostalgica (i richiami ai defunti Jones Senior e Marcus Brody potrebbero strappare addirittura qualche lacrima ai fan die hard) costellando il plot di rimandi agli altri episodi in un complesso recupero della continuity, si regala il ritorno di Karen Allen nelle vesti di Marion Ravenwood e gioca, manco fosse Tarantino, a collezionare citazioni cinefile, da “Il Selvaggio” a “Incontri Ravvicinati”.

Tutti piccoli colpi di classe che il guru del blockbuster americano usa per potenziare un film – per giunta orfano della splendida fotografia di Douglas Slocombe – altrimenti largamente imperfetto.
Perché il secondo tempo, tra azione frenetica e certi scadimenti nella fantarchelogia à la “Stargate”, lascia spazio a qualche sbadiglio. Ed è pur vero che la sequenza finale, che fa presagire futuri episodi incentrati sul giovane LaBoeuf, irrita non poco, così come va ammesso che Spielberg, quando si abbandona alla fase edificante, rasenta un po’ lo stucchevole, e che Jones qui, da paladino della storia, della giustizia e della correttezza cosmica, diventa un po’ di più un all american hero (“Votate Eisenhower!”).

Ma stiamo pur sempre parlando di “Indiana Jones”, ovvero il manifesto del grande cinema d’avventura. E quindi certe debolezze sono facilmente perdonabili quando un eroe ha quel giubbotto e quel cappello, quando sullo schermo si susseguono grandi spazi, voli, corse, emozioni. Quando giunge l’indimenticabile tema di John Williams a sottolineare i sorrisetti sghembi e irresistibilmente ruffiani di un Harrison Ford invecchiato e imbolsito, ma credibile e magnetico.
Un Harrison Ford che è esattamente come Indy, appunto: un po’ più fiacco, prevedibile, pallido.
Ma pur sempre un caro vecchio amico che non può non far piacere ritrovare.

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