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Rollercoaster of Doom!

L’episodio più debole della saga di Indiana Jones è, paradossalmente, il più spettacolare. Siamo in pieni anni ’80, e Spielberg decide di astrarre quasi completamente l’archeologo dal suo background americano (niente più riferimenti al college in cui insegna, né ancoraggi al suo passato professionale o umano), catapultandolo in oriente per un’avventura di forte sapore esotico e ad alto tasso pirotecnico.

Perdendosi la profondità della contestualizzazione (e anche, leggermente, la caratterizzazione etica di Indiana), è quasi un ovvio risultato algebrico che l’azione fine a sé stessa esploda: il Dottor Jones precipita con l’aereo in India, dopo essere stato raggirato da un corrotto affarista asiatico. Rapiti e caricati ignari sul velivolo con lui, la cantante di varietà Willie (Capshaw) e il piccolo aiutante cinese Shorty (Ke Quan). Sembrerebbe un epilogo, ma come sempre, nella saga, la fine di un’avventura serve soltanto da introduzione per l’intreccio principale. In India, Jones si trova a fronteggiare una setta di Thug, dedita all’oscuro e infernale culto della Dea Calì, responsabile del rapimento di uomini e bambini di un vicino villaggio.

La vicenda si svolge quasi tutta all’interno della medesima location, e viene così a cadere uno dei pilastri della saga, ovvero la dimensione del viaggio continuo, che donava profondità di prospettiva alle storie e offriva un supporto notevole alla dinamica delle sceneggiature. Non ci sono, poi, né i nazisti né la forte inclinazione morale di Spielberg, in questa pellicola (e nemmeno un radicato ancoraggio storico), (ri)compare però il gusto ludico del regista americano per le costruzioni sceniche imponenti e sorprendenti, per l’azione movimentata da luna park, per lo sfruttamento più compiaciuto del mezzo cinema inteso come grande artigianato di ambienti, figure, sogni in movimento.

Le sequenze memorabili, infatti, si sprecano: il volo dall’aereo a bordo di un gommone, il luculliano, e ripugnante, banchetto a base di serpenti, scarafaggi e “cervello di scimmia semifreddo”, l’inquietante rito pseudo-voodoo dedicato alla Dea (fatto di cuori palpitanti strappati dal torace dei sacrificandi).
Finendo poi con la scena, ormai entrata nel mito, dell’inseguimento sulle rotaie della miniera, un favoloso e improbabile rollercoaster che – ricordiamo: corre l’anno 1984 – al cinema colpisce così a fondo da tirar fuori irrimediabilmente il fanciullo che alberga in ogni spettatore.

E gli attori? Non è un caso che vengano citati per ultimi, perché oltre ad avere il cast più povero nella saga (oltre a Ford, solo Capshaw è un nome noto, e rimarrà tale quasi esclusivamente negli eighties), il film in realtà si fonda ben poco sulla prova degli interpreti – con l’ovvia eccezione di Ford, ormai ben a suo agio in un ruolo che sembra a tutti gli effetti creato su misura per lui – e si affida in toto alla coralità, all’adrenalina, risultando così più fumettistico e sconclusionato del precedente, ma anche del successivo.
E la differenza si nota, specie sul lungo termine: “Indiana Jones E Il Tempio Maledetto” – che resta comunque un gran buon film d’avventura – sa agguantare e inebriare, ma non lascia il lungo e piacevole gusto di libertà ed avventura infinita che sanno trasmettere gli altri due film, un gusto che perdura, sedimenta e genera reale affezione, mitologia.
Ovvero ciò che ha reso Indy un personaggio iconico e irresistibile.

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