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Spielberg trova il suo Graal

A dirlo sembrerebbe difficile da credere. Perché raramente una serie cinematografica tocca il proprio apice in concomitanza col proprio terzo episodio. “Indiana Jones E L’Ultima Crociata”, invece, è splendida eccezione a questa consuetudine, ed è quasi sicuramente il film più bello dedicato all’archeologo in frusta e giubbotto di pelle.
Dopo la parentesi di forte esotismo (smaccatamente eighties) rappresentata da “Indiana Jones E Il Tempio Maledetto”, Spielberg reinserisce sulla strada di Indy gli elementi vincenti degli esordi, dalla minaccia nazista al forte afflato teologico, recuperando anche una coppia di gregari fondamentali come John Rhys-Davies e Denholm Elliott.
E, ovviamente, punta forte sulla presenza di un campione dello charm come Sean Connery a far da contraltare alle peripezie – ma soprattutto ai sorrisetti beffardi – dell’inossidabile Harrison Ford.
Il meccanismo funziona, e alla grande: i due divi cospargono di carisma ogni sequenza, impreziosendo una vicenda che ha nella semplicità uno dei punti di forza, nel pieno rispetto dell’intenzione da feuilleton della pellicola.
La storia, per l’appunto, è concisa ed emozionante: Indy viene ingaggiato da un ricco collezionista americano per portare avanti, in vece di suo padre (Connery, appunto) improvvisamente scomparso nel nulla, la ricerca del Santo Graal. Sulle tracce della reliquia, tuttavia, ci sono anche le truppe del Reich. Tolta la questione familiare, insomma, l’intreccio ricalca piuttosto fedelmente la struttura de “I Predatori Dell’Arca Perduta”, ma la differenza la fanno qui i particolari: dalla varietà affascinante delle location alla qualità tecnica ormai di grande classe ed eleganza, passando per il gustosissimo prologo che vede il giovane Indiana alle prese con la sua iniziazione all’avventura, il contrappunto grottesco garantito dal pasticcione Marcus Brody (Elliott) e la citata verve della coppia d’assi hollywoodiana. E poi c’è la squadra vincente che non si cambia, dalla fotografia di Slocombe alla colonna sonora il cui tema, firmato da John Williams, è ormai vero culto popolare. Il resto lo fa il magnetismo indiscutibile di Indiana Jones, personaggio frutto di quel Re Mida del cinema che risponde al nome di George Lucas, eroe umano (finalmente) e spesso tutt’altro che invincibile ma animato da un senso di giustizia cosmico, un’indole fallibile ma pura, uno spirito cavalleresco che farà forse un po’ troppo american dream, ma che nell’ottica del puro film d’avventura ha il solo effetto di rendere la pellicola memorabile.

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