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Il bello e la bestia nell’ombra

Si può rendere godibile un collage di luoghi comuni? Chi gradisse un frappé di generi potrebbe bersi l’ultimo lavoro di Barbet Schroeder, tratto dal romanzo (1925) di Edogawa Ranpo. Il mondo qui rappresentato segue la strada del manga e il mood nipponico, così come i personaggi che in esso si muovono (il film è ambientato a Kyoto), sistematicamente contaminati e deviati lungo il percorso da incursioni noir, erotico-feticiste, comiche.

Un giovane e ambizioso scrittore francese si reca in Giappone per la promozione del proprio libro, con l’intenzione di conoscere l’autore che più ha influenzato il suo immaginario e la sua scrittura, l’osannato e misterioso Shundei Oe, mai visto da nessuno in persona. Farà da tramite una geisha, che traghetterà il protagonista verso l’incontro tanto atteso, immergendolo, non senza inconvenienti, in un mondo con sale da the, giardini di bonsai e sadomasochismo. Il trucco per entrare nel lungometraggio è abbandonare pretese di coerenza e verosimiglianza per godere del meticciato e della commistione di elementi eterogenei: la visione è quasi un divertissement, resa più facile da un bel colore (fotografia di Luciano Tovoli).

Resta da stabilire se fosse questa l’intenzione del regista, o se invece mirasse a qualcosa di più: il sottotitolo “La Bestia Nell’Ombra” infatti si riferisce al coup de théâtre finale, per la verità non molto ad effetto, e potrebbe riassumere il messaggio del film sul rapporto ambiguo Bene-Male, affiancato a quello Uomo-Donna. Il consiglio, però, è quello di non inoltrarsi in una ricerca di questo tipo, ma soltanto di godersi esteticamente la proiezione.

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