Home > Recensioni > Inland

Correlati

Il grande esodo

Un esodo che non si vedeva dai tempi dell’Antico Testamento quello che, dopo i primi venti minuti di proiezione, colpisce la Sala grande e abbandona “Gabbla” al proprio destino.

La maggior parte dei 140′ del film si unisce alla sigla del festival nell’omaggio al cinema muto, condensando le poche e intime scene di parlato a due o tre momenti, completamente slegati dal contesto, di chiacchiere molto confuse urlate attorno a un tavolino di un bar algerino.

Tra alcool e risse Tariq Teguia svela tutta la carica politica dell’opera, che diventa specchio di un paese devastato da fondamentalismi e violenza. La riflessione sull’immobilità, sulle tensioni territoriali (vedi titolo) e umane, viene risolta nella forma più diretta possibile: l’immobilità rappresentata con l’immobilità, ovvero lunghi ed estenuanti quadri-sequenza di minutaggio sconsiderato, mentre la tensione sociale è portata sullo schermo con un sonoro stridente e lacerante.

I rari momenti di narrazione hanno come perno le vicende di un topografo algerino, Malek, alla prese con i rilevamenti per la costruzione di una nuova linea elettrica. L’ambiente di lavoro è un deserto silenzioso e infinito, popolato, scarsamente, da rudi poliziotti e contadini ospitali, tutti uniti nella condivisione di un desiderio di fuga che, però, nessuno potrà realizzare in un terrritorio dove confini e barriere perdono di ogni significato. Il miraggio flickerante, che apre e chiude la pellicola, nasconde nella luce accecante la frontiera e dichiara l’impossibilità di una fuga per protagonisti del film.

Una possibilità che gli spettatori in sala vedono, invece, facilmente realizzabile in due gesti: alzarsi e aprire la porta.

Scroll To Top