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Quando una nazione nasce in una finale di rugby…

Andate a vedere “Invictus” e sentitevi liberi di piangere, e non perché ci siano scene particolarmente drammatiche: semplicemente, la commozione nasce dal fatto che il film getta una luce sulla parte migliore di noi e di ciò che siamo capaci di fare. E la cosa incredibile è che si tratta una storia realmente accaduta. Parla di Nelson Mandela, interpretato magistralmente da Morgan Freeman.
Ma “Invictus” non è il solito biopic di tre ore, è un film con una sceneggiatura di ferro, confezionato come un pacco ad orologeria, in cui la miccia è la squadra di rugby del Sud Africa, il fuoco che l’accende l’intelligenza di Mandela, e la bomba che esplode è l’unità nazionale, il superamento, nelle menti e nei cuori, non solo sulle carte istituzionali, dell’apartheid, o almeno la volontà di cominciare a farlo, da parte dei bianchi e dei neri.

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“Come ha fatto a passare trent’anni rinchiuso in una piccola cella, e uscirne pronto a perdonare quelli che ce l’avevano rinchiuso?” si chiede Matt Damon.
Il riferimento è ai 27 anni di prigionia trascorsi da Mandela a Robben Island, attingendo forza da una magnifica poesia di W. H. Henley, “Invictus” per l’appunto, che non sta tanto per invitto, invincibile, ma per imperturbabile, indomito. Il che implica non la prevaricazione di uno su un altro, ma un’incredibile forza d’animo che sopporta, e quando si riscatta non si vendica, ma vuole unificare un popolo diviso in bianchi e neri attraverso il linguaggio universale dello sport. Universale, proprio come questo film.

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