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Saga tra gli Agnelli e i Kennedy: un disastro

Non bisognerebbe mai partire dal fondo, ma l’imbarazzo avvertito a fine proiezione e mal celato dagli applausi d’ufficio non è stato che il leit motiv che ha accompagnato le due ore di narrazione della storia familiare della dinastia Recchi, alta borghesia industriale milanese con uno sguardo (più convinto) agli Agnelli e l’altro (più strabico) ai Kennedy.

A una cena di compleanno il nonno patriarca decide di lasciare la nave e affidare il timone a figlio e nipote, scelta che creerà dei dissidi di natura aziendale. Il quadro familiare si delinea senza incertezze narrative: il rampollo è bello, corre con le macchine, ha una fidanzata d’alto lignaggio e matrimonio con figlio in cantiere già in progetto; la figlia è artista, girovaga e scopre di essere lesbica e compresa solo dalla madre. La nonna, una rediviva Marisa Berenson, è la consigliera di gran classe delle donne di famiglia. Il “melodramma politico”, parole del regista, ruota però intorno alla madre Emma, russa d’origina e italiana di status, borghese annoiata in attesa di dare in qualche modo una svolta alla propria vita. Per i più smaliziati la mente corre subito al Teorema pasoliniano, anche perché Emma viene travolta da una passione sessuale e sentimentale (s)travolgente per il proletario per caso Antonio, amico del figlio e promosso a cuoco ufficiale della famiglia, che deciderà indirettamente le sorti dei personaggi.

Quando il pubblico, casalingo e non, ride nei momenti in cui si dovrebbe commuovere, sarebbe ragionevole e urgente capire cosa non va, in un film da cui ci si aspettava molto: dal casting alla regia, davvero incerta nei movimenti di macchina e nella gestione degli attori. Dal perché Tilda Swinton abbia accettato di girare un film così intuitivamente fallimentare, e di recitare in italiano una sceneggiatura improbabile e troppo frettolosa, che spiace davvero sia stata scritta dai validi Barbara Alberti e Ivan Cotroneo. La musica pretenziosamente tragica del finale ha il sapore della sentenza impietosa su un film da dimenticare, che nel tentativo di fustigare la borghesia dirigente, finisce invece per solleticarne solamente lo stucchevole narcisismo.

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