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Teste vuote

La parabola di Sam Mandes, partita con la pioggia di riconoscimenti per “American Beauty” e confermatasi con le dense coltri di “Era Mio Padre”, continua il suo percorso discendente, facendo questa volta tappa in Iraq, anno 1991, quando centinaia di migliaia di soldati vengono inviati dal governo americano ad addestrarsi-idratarsi-masturbarsi per mesi senza avere la possibilità di sparare un solo colpo. E così il percorso meta-cinematografico di Mendes, che parte dal clonaggio di “Full Metal Jacket”, si distanzia sempre più dal modello dei film di guerra a cui il regista non può aderire: si passa quindi ad “Apocalypse Now”, quando i marine non possono fare altro che sognare la guerra su di un grande schermo, e si finisce con “Il Cacciatore”, tramutato in un porno per la gioia dei combattenti frustrati dall’assenza del contatto.

La guerra durerà soltanto 4 giorni per i soggetti studiati da Mendes e fregatene della politica, siamo qui e tutto il resto sono puttanate si trasformerà in un attacco isterico per sparare il mio colpo, quell’unico colpo che potrà partire soltanto verso il cielo, nella notte dei festeggiamenti. Le poche ore concesse ai fanti dalla Guerra del Golfo sono comunque abbastanza per regalarci una splendida colonna sonora e alcune immagini intense, come il contrasto tra l’accecante luce che accompagna i jarhead (nickname gergale dovuto al taglio di capelli a sfumatura alta previsto dal regolamento) nel deserto e le tenebre che ricoprono uomini e animali quando il petrolio dei pozzi in fiamme ricopre il cielo, oppure la desolazione dei corpi carbonizzati abbandonati dalla guerra. Ma queste non possono essere abbastanza per ritenere che Mendes non ci offra soltanto una buona caratterizzazione dell’esperienza di persone reali nel ruolo dei marine americani.

Tutte le guerre sono diverse, tutte le guerre sono uguali: quella di Mendes non è una guerra come le altre, forse proprio perché non è una guerra.

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