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The Jay Show

Un giovane maestro omosessuale, di nome Jay, viene misteriosamente assassinato nella sua stanza d’albergo. Una troupe televisiva giunge tempestivamente nella casa del ragazzo, filmando il dolore dei cari che apprendono la notizia dal telegiornale e chiedendo alla madre l’autorizzazione per la realizzazione di un reality show incentrato sulla morte del figlio.

Incomincia qui una serie di riprese dove costernazione, angoscia, lacrime non vengono soltanto filmati, ma addirittura simulati: madre, fratelli e conoscenti divengono attori dei loro stessi sentimenti, piangono quando viene detto loro di piangere, dicono frasi non loro e finiscono per distorcere quella che sarebbe dovuta essere la verità.

Realizzato con quello che sembra essere un budget modesto, privo di musiche e con un incedere lento e talvolta ripetitivo, “Jay” è un film che non lascia molto spazio all’azione, ma sviluppa la sua storia in pochi luoghi e con un numero esiguo di personaggi. Potrebbe essere definito una telecamera che riprende le telecamere, il dietro le quinte di una farsa che si vanta di riprendere la realtà. Proprio in una situazione dove l’espressione delle proprie emozioni dovrebbe essere la più naturale e sincera (la morte di un figlio) la realtà viene distorta e plasmata in maniera tale da non rappresentare se stessa, ma solo ciò che sconvolge o emoziona maggiormente il pubblico.

Con questo film il regista, Francis Xavier Pasion, si propone di mostrare alla gente la realtà dei reality, la rappresentazione teatrale del palcoscenico della vita, dove gli attori sono vittime semi-consapevoli dell’assassinio del vero. “Mi auguro che dopo aver visto questo film il pubblico diventi più critico e giudizioso davanti a ciò che viene mostrato loro in televisione o su altri media“, confessa il regista, ponendo in questo modo un interrogativo: è forse possibile parlare di verità in un’epoca in cui le immagini e le informazioni concorrono per presentarsi ai nostri occhi sotto forma di eventi scioccanti?

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