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Tu quoque, fili mi

Fragili, esposti, vulnerabili: di solito i bambini sono vittime. Oggetti innocenti di soprusi, angherie, violenze. E se non fosse così? E se il tenero, amabile e sommesso pargolo nascondesse dietro l’imperturbabile maschera di figlio modello, oltre a un’intelligenza fuori norma, anche una spiccata e indecifrabile inclinazione al male? Attenzione: non si parla di infanti posseduti, fantahorror nipponici con neonate lungocrinite in evidente contatto col demonio. Joshua – da qui il titolo – è semplicemente un ragazzino diverso, strano come suggerisce lui stesso: di modi affettati e formali, genio del pianoforte, accanito lettore. Un nerd senza l’ingenuità goffa del genere, senza complessi, senza sfighe o incapacità. L’idea, insomma, è tanto disturbante quanto fascinosa: un cinico e astuto manipolatore di soli nove anni, al cinema, s’è in effetti visto ben poco. E l’esordiente (solo due documentari all’attivo) George Ratliff si affida a tutto il suo bagaglio di conoscenze della grammatica cinematografica, facendo qui il verso a Kubrick, là riprendendo l’indipendente (poca steady, molte sporcature nei movimenti di macchina), ricordandosi in modo vistoso la costruzione degli ambienti propria dei thriller/horror di ultima generazione – filtrando il tutto però attraverso una fotografia desaturata e virata su tonalità un po’ vintage. Buone le intenzioni, poca la coerenza, specie nella sceneggiatura: il piccolo Jakob Kogan è una maschera d’indifferenza, ma gli hanno cucito addosso un personaggio così estremo da risultare scarsamente credibile. Nessuna doppiezza, nessuna ambiguità: Joshua è semplicemente un piccolo villain infernale che, al momento del bisogno, recita malamente la parte dell’angelo – e si finisce per chiedersi quanto prosciutto abbiano sugli occhi i suoi genitori. Insomma: tutto fin troppo telefonato, specie perché lo stereotipo del bambinetto secchione che durante le partite di basket si isola a leggere regge poco, classico archetipo di disadattato dalle tendenze maniacali.
Certo, la trama disturba, ma è più che altro il senso di forte impotenza garantito dal soggetto, che offre una lettura alternativa a-reale e orribile di problematiche altrimenti consuete, a incidere: non bastano un buon Sam Rockwell o la schizofrenia inarrestabile di mamma Vera Farmiga a tenere alto il livello della tensione, per un film che non decolla (ritmi oltremodo lenti, poche sorprese) fino ai venti minuti finali. E poi finisce pure con una sequenza così grottesca da risultare involontariamente comica.
Peccato, le promesse iniziali erano davvero molte.

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