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Così sia, se lo dice il cuore

L’omonimo romanzo di Henry-Pierre Roché consegna la sceneggiatura nelle mani di uno dei condottieri della Nouvelle Vague. Nella Parigi del 1907 vivono Jules e Jim, due amici, uno tedesco, l’altro francese. Entra improvvisamente nella loro vita Catherine, bella, affascinante, ambigua, imprevedibile. Inizia il gioco di un triangolo amoroso che si rivelerà tale solo con lo scorrere della pellicola. Catherine e Jules si sposano. Vivono in Austria. I due uomini vengono chiamati alle armi e sarà solo dopo la guerra che riusciranno ad incontrarsi. I due sposi hanno una bambina, ma ciò non basta a renderli felici. La donna confessa a Jim di aver tradito più volte il marito. Il francese, che non ha mai nascosto i sentimenti nutriti per la Catherine, le confessa il suo amore.
Jules è pronto a benedire la loro unione, pur di non perdere la moglie. Anche questo legame, però, non rende felice la donna. Vorrebbe un bambino che Jim non può darle. Torna dal marito, ma la loro vita non è serena come appare all’ex amante che dopo qualche anno li rincontra. Catherine decide di annegare in macchina insieme a Jules.
“L’idea dell’opera è che la coppia non è una soluzione soddisfacente, ma che, in fondo, non vi sono altre soluzioni, o che tutte le altre soluzioni sono votate al fallimento”, così Truffaut ci spiega la storia. Una storia tanto amata quanto analizzata stilisticamente nel corso degli anni. Perché Jules e Jim è apparso in questi decenni come un esercizio da ripetere, trasformare. Come un modello da cui trarre spunti e analogie. Lo dimostra la versione restaurata uscita nelle sale nel 2002.
Al suo terzo lungometraggio, Truffaut ha già completamente aperto gli occhi su quel che sarà.

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