Home > Recensioni > King Corn

Noi siamo ciò che mangiamo

Michael Moore è stato un alter ego di Beppe Grillo in Italia. Rivelatore di verità scomode, con dati alla mano; in Italia il messaggio passa in teatro, negli Stati Uniti è il cinema molto spesso ad avere un coraggioso ruolo di denuncia. La sua forma di ironico documentario, o mockumentary, è diventata popolare e vincente nella diffusione di messaggi socialmente impegnati evitando facili demagogie.

“King Corn” (2007) del giovane e brillante regista Aaron Woolf, è stato indubbiamente protagonista alla presente edizione di Slow Food On Film 2008, complice la partecipazione del regista stesso, e la collocazione della proiezione nel contesto di un programma denso di altri documenti cinematografici, incentrati sulle sfaccettature dell’importanza del grano nell’economia e nelle tradizioni agricole delle diverse parti del mondo.

La regia è briosa, e capace di ritrarre con interesse contagioso la storia di Ian Cheney e Curt Ellis. Due giovani neolaureati motivati a trovare una spiegazione alla predizione nefasta degli studi scientifici sull’alimentazione americana, che danno la loro generazione destinata ad un’aspettativa di vita inferiore a quella dei genitori. Il sociotipo del personaggio comune ma coscienzioso, che affronta un percorso formativo alla portata di tutti ma che dimostra coscienza civile ed attenzione al quotidiano, inaspettatamente funziona, forse proprio per la credibilità dei personaggi stessi.

Ian e Curt, per capire cause e conseguenze della quasi onnipresenza di mais nella loro alimentazione, raccontano nella forma del mockumentary il loro processo di acquisizione di consapevolezza del problema: affittano un ettaro di terra e lo coltivano per poi destinarlo ai diversi canali di distribuzione. Metodo molto caro al pragmatico sistema educativo americano. E con l’aiuto dei vari personaggi (dal produttore ai vari distributori) della supply chain, scoprono il senso politico di iniziative governative come la Farm Bill, e di conseguenza tutti gli usi e le destinazioni del prodotto agricolo nell’economia agro-alimentare.

Scoprono la differenza tra il mais, ricco di varietà nelle coltivazioni messicane d’origine, ed i criteri prettamente economici e di massimizzazione produttiva per cui questa diversificazione si è persa a discapito delle qualità nutritive del grano stesso.

Senza voler apparire di parte, accompagnando pareri autorevoli e momenti di più rilassato disimpegno, grazie al ritratto umano dei due ragazzi che lasciano ampia possibilità allo spettatore di personificare la loro esperienza, il documentario scorre agile sulla colonna sonora country-folk dei The WoWz, toccando con le profonde radici musicali il tema del ritorno alle origini.

Un tema che propone un astuto parallelismo: mentre i protagonisti si trasferiscono nella capitale del grano, Greene, Iowa, per scoprire le radici ed il senso di una componente della loro vita così condizionante ed importante, essi vengono anche a rintracciare le radici delle loro due famiglie, nate proprio in quel paese.

Mentre il percorso a ritroso rivela il ruolo fondamentale che i loro antenati hanno rivestito nello sviluppo dell’economia locale, spesso ciascun anello della catena appare sconcertantemente ignaro di ciò che accade prima o dopo: gli agricoltori mantengono l’aspetto di grandi lavoratori, i trasformatori del raccolto nei vari prodotti a base di mais si pregiano dell’estrema economicità e facile reperibilità di prodotti utili a tutti. Ma i dubbi su un’alimentazione mossa da grandi capitali, ed una convenienza che non si traduce in sano nutrimento, ma spesso in casi sanitari nazionali, lanciano un’ombra sinistra sul disegno globale.

Il messaggio rimane forte, per quanto scontato: noi siamo quello che facciamo, e più in particolare we are what we eat. Il risveglio della coscienza significa continuare ad interrogarsi sulla cultura ed a ciò che mangiamo, fattore fortemente collegato ad essa.

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