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Perché la strega è cattiva?

Nel cuore della savana africana, in una piccola tribù, nasce un ancor più piccolo Kirikù. La sua nascita ha del prodigioso. Anche se ancora all’interno dell’utero materno, riesce infatti già a parlare. Ma non solo! Nasce da solo, recide il cordone ombelicale da solo, e si dà un nome. Sempre da solo.
“Kirikù E La Strega Karabà” è il lungometraggio d’esordio di Michel Ocelot e ha come protagonista proprio il minuscolo enfant prodige, che si ritrova subito a dover risolvere i problemi del suo villaggio, costantemente minacciato dalla presenza di Karabà, una bellissima strega – ingioiellata dalla testa ai capezzoli e con una pettinatura decisamente futurista – che priva i suoi abitanti di tutto, a partire dal bene primario, specie nell’arido continente africano: l’acqua.

Mentre tutti si arrendono ai soprusi della strega, Kirikù ha in mente un unico interrogativo: “Perché la strega Karabà è cattiva?”. Un interrogativo che ripete costantemente, scandendo sempre bene le parole. È il classico percorso dei perché tipico dell’infanzia, con cui, come ricorda il vecchio e saggio nonno del bambino, non si può che risalire fino alla Creazione, interrogativo supremo ancora oggi, nonostante tutti i progressi di scienza e tecnologia che, non a caso, nel film sono simboli del male e dell’ottusità.
“Kirikù E La Strega Karabà” recupera infatti una struttura da leggenda antica, fatta di cicli e di brevi episodi in cui gesti e situazioni tendono a ripetersi, come in un ciclo di stagioni. Anche il disegno, spesso caratterizzato da campi lunghi estremamente bidimensionali, ricorda l’illustrazione dei bei vecchi tempi, in cui ogni particolare è denso di significati. Magico è poi il contrasto tra la pelle scura dei protagonisti e i colori spesso accesi – come l’azzurro del cielo o il rosso vivo di alcune piante – degli sfondi.

Meritatamente già classico contemporaneo, “Kirikù” fa dell’eleganza e della misura il suo pregio maggiore. E non manca certo di divertire, anche se privo di scene d’azione, animazione 3D e quant’altro. E ha anche qualcosa in più: una colonna sonora davvero d’eccezione. Merito di Youssou N’Dour.

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