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Un viaggio lungo il confine dell’identità

L’altra sponda è un film di viaggio. Un viaggio in molte direzioni, soprattutto alla ricerca di se stessi.

Tedo ha 12 anni, l’età in cui si passa dall’infanzia all’adolescenza. Lui e sua mamma sono fuggiti dall’Abkhazia durante il conflitto con la Georgia e ora vivono da rifugiati a Tbilisi. I soldi che Tedo racimola facendo il garzone da un gommista non bastano a tirare avanti, perciò il ragazzo inizia fare piccoli furti e truffe con dei compagni di strada, soprattutto per evitare che la madre continui a prostituirsi.
Quando uno dei suoi amici viene arrestato Tedo ha paura e decide di scappare verso ovest e tornare nelle terre in cui è nato, nella speranza di ritrovare suo padre.

Tedo è alla ricerca di un’identità negata sia dal contesto in cui vive, dove non riesce a vedere un futuro, che dai luoghi delle sue origini, perché in Abkhazia è rifiutato in quanto georgiano. Il suo desiderio di andare “sull’altra sponda” e il fallimento che ne consegue sono espedienti narrativi per mostrare l’inevitabile transitorietà dell’appartenenza etnica, spesso usata come sterile pretesto per giustificare campagne d’odio.

George Ovashvili costruisce la sua opera prima con un cast tecnico molto originale: il produttore Sain Gabdullin (Kazakhstan) e l’associato Marat Sarulu (Kyrgyzstan), il direttore della fotografia Shahriar Assadi (Iran), il musicista e sound designer Ivo Heger (Repubblica Ceca), il fonico Israel David (USA/Israele) e il montatore Sun-min Kim (Corea del Sud).
Questa collaborazione tra approcci al cinema molto diversi è fruttuosa e il film riesce a staccarsi agilmente dagli stilemi del cinema, assumendo un carattere internazionale e meritandosi la candidatura ufficiale del cinema georgiano agli oscar 2010 come miglior film straniero.

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Il film è a tratti un po’ pasticciato ed è chiaro che non siamo in presenza di un capolavoro, tuttavia ha il grande pregio di farci respirare le atmosfere di posti lontani, come le lunghe distese di terra al confine tra Georgia e Abkhazia e la rassegnazione vissuta nelle città che ancora portano le ferite del conflitto.

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Contro

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