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Neo-noir a Parigi

Con “L’Amico Americano” Wim Wenders realizza una combinazione bilanciatissima, unendo trama e atmosfere neo-noir, un florilegio di citazioni artistiche (in cui si intravede la sua prima passione per la pittura) e alcuni temi ricorrenti della propria poetica: il film è l’adattamento del romanzo di Patricia Highsmith “Ripley’s Game”, in cui l’americano Tom Ripley (Dennis Hopper, di ritorno dalle riprese di “Apocalypse Now” di Coppola) riesce a trasformare un malato corniciaio (lo svizzero-tedesco Bruno Ganz) in un assassino (una delle scene più apprezzate è l’omicidio nella metro parigina).

Nonostante sia un film girato interamente in Europa, la sua estetica risente fortemente dell’ossessione americana del regista: il punto di riferimento visivo sono le tele di Edward Hopper, divenute emblema del lato oscuro delle metropoli, e il rock’n’roll trova immancabilmente il suo spazio, quasi un marchio di fabbrica di questa fase della produzione wendersiana.

La coppia di attori si rivela, sotto le direttive del regista, particolarmente felice: nonostante i due all’inizio delle riprese si presero addirittura a pugni, questo rapporto turbolento sembra in quanche modo aver vitalizzato la loro interpretazione: da un lato il meticoloso corniciaio Ganz, dall’altro l’americano Hopper, non di rado sotto effetto dell’alcool.
Il film è pervaso di una tensione sottile ma costante che afferra lo spettatore per la sua continuità più che per improvvise accelerazioni; ricompaiono temi vicini alla poetica di Wenders, come la solitudine, soprattutto quella maschile, e la percezione ed esperienza della città, organismo che, dai tempi di Charles Baudelaire, Georg Simmel e Walter Benjamin ingloba infinite storie e contraddizioni.

Appaiono in un cammeo i registi americani Nicholas Ray e Sam Fuller, entrambi ispiratori dichiarati di Wenders.
Il film, presentato a Cannes nel ’77 nonostante una buona accoglienza di pubblico e critica non ricevette alcun premio.

OneLouder

Perché Wenders ha trascurato il filone noir, per dedicarsi a lungometraggi dal sapore visionario-intellettuale? Dopo un lungometraggio del genere? Il film è molto godibile, soprattutto grazie al ritmo bilanciato, fra sostenuto e momenti di “riposo” per lo spettatore: certo, il regista è sempre tentato di lasciarsi andare a cadenze intellettualoidi, ma glielo perdoniamo volentieri…

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