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  • L’Amore Nascosto

    Diretto da Alessandro Capone

    Data di uscita: 05-06-2009

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Madri che odiano le figlie

“Un brutto essere umano ha dato vita a un altro brutto essere umano: questa è la storia mia e di Sophie… Sophie mi detesta, e io vorrei non averla mai messa al mondo.”
Un incipit chiaro e provocatorio per questo dramma psicanalitico di Alessandro Capone, che ha fortemente voluto la Grand Dame del cinema europeo intellectuelle, Isabelle Huppert, per rendere credibile il personaggio di una madre chiusa in clinica dopo il terzo tentativo di suicidio che afferma di aver provato “indifferenza, disagio” fin dal primo contatto con sua figlia, ed occupa con i suoi monologhi-dialoghi quasi tutti i 90 minuti di proiezione.

Il fatto che sia una storia vera, messa per iscritto in un libro, “Madre E Ossa”, dalla non-madre in questione, Danielle Girard, avvalora un film nobile sul piano contenutistico, poiché viene affrontato uno dei maggiori tabù della nostra società, l’amore d’una madre per il proprio figlio: una madre non può scegliere di amare o no sua figlia, non può nemmeno essere assalita dal dubbio; la deve amare e basta, perché così vuole la natura delle cose.

“A pensarci bene”, spiega il regista, “il fatto in questione non è l’amore in sé, quanto la libertà di discuterlo e sceglierlo, di provarlo e manifestarlo e più in generale la coscienza e il senso della maternità in se stessa.” Forse Danielle, pur amando la figlia, la vede come presenza soverchiante, invadente, come una responsabilità rispetto alla quale lei si sente totalmente impreparata, inadeguata, o forse è solo un’egoista narcisista, che sente la figlia come un qualcuno di non-voluto, anche se tanta sofferenza ci induce a pensare che non sia così. Il film non spiega il perché di questo abisso nei rapporti tra madre e figlia, analizza senza snocciolare nessuna verità.

Il problema è di natura formale. Tutto il film si concentra sul personaggio della Huppert, che qui offre un’altra grande prova attoriale. Come si disegna il suo personaggio sullo schermo? Nel modo più banale, ovvero macchina fissa sulla Huppert, che recita lunghi monologhi letterari, non nel senso di affettati ma nel senso che potremmo ritrovarli uguali in un libro. Al massimo ci sono scene che rappresentano flashback – in un ancora più banale bianco e nero – in cui ritroviamo ancora il monologo della protganista, in voice over. Può un film basarsi sulla sola forza della parola, tanto profonda da risultare talvolta stucchevole, anche se affidata ad una grande attrice?

OneLouder

Un genitore deve meritare l’amore del figlio, più o meno così la pensava Pasolini. Ma è vero anche che un genitore non deve per forza amare un figlio. Se non se la sente, nessuno potrà insegnargli come si fa. E il figlio giustamente si comporterà di conseguenza. A Capone va il merito di aver affrontato il lato oscuro dell’essere madre. Ma che noia gli interminabili monologhi della Huppert. Sicuro che non c’era un altro modo per rendere più interessante una storia così mirabilmente complessa?

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Contro

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