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Torino grigia e stereotipata

Chi è Nicola Ranieri? Un industriale disposto a far tutto – anche a vendere il 49 per cento delle azioni – per salvare l’azienda ereditata dal padre e i posti di lavoro dei numerosi operai alle sue dipendenza? Oppure un uomo a cui la vita sta sfuggendo di mano e per il quale la fabbrica è solo uno dei modi per affermare il suo ruolo, la sua personalità? Accanto a lui una donna, Laura, sempre più distante, e una carrellata di personaggi dell’alta società di Torino, pronti a mutare atteggiamento come si cambia una cravatta a seconda delle sorti dei suoi affari. Ambientato in una Torino contemporanea e grigia, colore sottolineato anche attraverso il filtro visivo utilizzato per l’intera pellicola, “L’Industriale” segna il ritorno alla regia di Giuliano Montaldo dopo l’ultimo “I Demoni Di San Pietroburgo”.

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“L’Industriale” sarebbe davvero un buon film se non fosse per una manciata di pecche, difficilmente perdonabili: personaggi – specie quelli secondari – intrisi di stereotipi che sembrano ritagliati da un album di figurine, dialoghi spesso decisamente ingessati e soprattutto una trama che nel finale vira pesantemente verso il morboso e l’inverosimile. Peccato, perché il tema della precarietà e della crisi economica era più che interessante e non è ben chiaro se debba essere una cornice o un fulcro scottante.

Pro

Contro

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