Home > Recensioni > L’intrepido

Gianni Amelio torna a Venezia

Fischi per Gianni Amelio. Pochi, ma pur sempre fischi. Intorno a “L’intrepido“, in competizione a Venezia 70, c’è aria di delusione. Eppure, a ben vedere, non è un film sbagliato. Inopportuna può essere forse la collocazione, perché per svettare nel concorso veneziano ci vuole qualcosa che abbia un impatto immediato maggiore, che sappia imporsi.

E invece “L’intrepido” ha un protagonista ambiguo, che sembra buono – così lo presenta lo stesso Amelio – ma ha più di un’ombra. Perché è sì generoso ma passivo, sottomesso per scelta. Allo stesso modo la sua storia, quella di un uomo che lavora come “rimpiazzo” facendo qualunque tipo di lavoro, ha qualcosa di irreale. E poi c’è un finale composito, che sembra suggerire una chiave di lettura e subito dopo la nega.

Insomma, un film che avrebbe bisogno di più di una visione e che dai ritmi stretti delle visioni veneziane esce un po’ ammaccato. Anche perché le aspettative erano alte: Amelio è stato l’ultimo regista italiano ad aver vinto il Leone d’Oro, nel 1998, con la tragedia straziante ed ellittica di “Così ridevano“.

“L’intrepido” occupa un posto logico, storicamente e tematicamente, nella filmografia di Gianni Amelio. Pone questioni morali attraverso le azioni di personaggi in difficoltà, senza proporre una visione lineare e univoca. E c’è, come sempre, molto non detto. Esaltarlo (solo) perché parla della nostra crisi, economica e sociale, significa non rendergli giustizia. Liquidarlo perché ha un registro narrativo poco omogeneo, o perché chiede agli attori una recitazione non naturalistica, sarebbe superficiale. Venezia conta poco, i fischi e i leoni ancora meno. Aspettiamo che “L’intrepido” arrivi sugli schermi e trovi il modo di parlare a chi vorrà vederlo.

Pro

Contro

Scroll To Top