Home > Recensioni > L’Opera Al Nero

Tutto è magia nell’universo

Il regista belga André Delvaux porta sullo schermo l’omonimo romanzo di Marguerite Yourcenar, restringendo però l’azione alle ultime due parti del romanzo, in cui si narrano il ritorno (e poi la prigionia) nella nativa Bruges di Zenone Ligre.

Siamo nella prima metà del XVI secolo, in tutta Europa imperversano i processi e i roghi dell’Inquisizione, ma non solo: anche gli spagnoli e la peste fanno strage.
Giunto all’età di 58 anni, ricercato per i suoi scritti dissidenti e stanco di fuggire, l’alchimista e medico Zenone (Gian Maria Volonté) torna nella città natale sotto il falso nome di Sebastien Théus, aiutato dal priore della città.
Grazie all’appoggio di quest’ultimo, riesce a proseguire le sue ricerche mediche lavorando presso il ricovero per ammalati del monastero.

“L’Opera Al Nero” non può non ricordare “Giordano Bruno”, film girato nel 1973 da Giuliano Montaldo ed interpretato dallo stesso Gian Maria Volonté, con cui condivide pregi e difetti: una messa in scena impeccabile, che mediante la fotografia ricostruisce perfettamente il clima oscurantista medievale e il mondo borghese tipico della pittura fiamminga ma che sfocia anche in una puntigliosità descrittiva fredda e noiosa; e uno straordinario Volonté, che dà vita e calore umano a questo scienziato, filosofo, anti-conformista, amante delle donne e del vino, che sa andare spregiudicatamente oltre le regole costituite e alzarsi al di sopra delle ombre circostanti (l’immaginario Zenone o l’eretico Bruno).
Il processo e la condanna, inevitabili, non riescono comunque ad appassionare lo spettatore che non si diletti di questioni teologiche.

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