Home > Recensioni > L’Uomo Che Piantava Gli Alberi

La pazienza della vita e dell’arte

Leggere il racconto “L’Uomo Che Piantava Gli Alberi” dell’italo-francese Jean Giono è un’esperienza che non può non emozionare. La vita – vista sia nell’esistenza di un anziano eremita che si rifugia tra le aride colline francesi, sia nel rifiorire di queste ultime proprio grazie alla paziente opera dell’uomo stesso – è un tema che tocca le corde più intime, specie per chi è abituato a vivere nelle metropoli e le ama proprio per la loro caoticità.

Ancora più emozionate, forse, è ascoltare questa semplice ma incredibilmente profonda storia raccontata dalla voce (in originale) di Philippe Noiret e vedere animarsi sullo schermo il vecchio dai lineamenti duri ma cordiali e il paesaggio che, da grigio e secco, diventa ricco di acqua e vegetazione. È questo il miracolo compiuto da Frédéric Back nel suo mediometraggio del 1987, vincitore, dopo “Crac!”, di un nuovo e meritatissimo premio Oscar per il cinema d’animazione.

Il film non aggiunge nulla al racconto dal punto di vista dei contenuti. Semmai mette in pratica ciò che Giono suggerisce. È intuitivo infatti associare alla vita dell’eremita che pianta le ghiande da cui cresceranno imponenti querce quella dell’artista-artigiano – tema già affrontato in “Crac!”, di cui “L’Uomo Che Piantava Gli Alberi è l’ideale sviluppo – che lavora con cura e con padronanza degli strumenti alla propria opera d’arte, amando le sue origini e non dimenticando mai il rapporto con la natura.

Come l’eremita e la “sua” foresta quasi non si accorgono della Prima Guerra Mondiale, così Back sembra astrarsi dalla contemporaneità per avvicinarsi a un rapporto primigenio con la natura e i mezzi per “imitarla”. E, come l’eremita sa che il frutto del suo lavoro non sarà immediato, anche Back, con i suoi disegni realizzati in più di quattro anni di fatica e dedizione, spera di creare qualcosa che avrà sempre valore, al di fuori di mode e tendenza: un’opera d’arte.

Scroll To Top