Home > Recensioni > L’uomo con i pugni di ferro

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Dalla Cina con torpore

Presentato da Quentin Tarantino, come recita a caratteri cubitali la locandina del film, “L’Uomo dai pugni di ferro” è l’esordio alla regia di RZA, lo storico rapper dei Wu-Tang Clan. La complessità del plot è ai minimi storici: un liberto afroamericano si ritrova misteriosamente a rivestire il ruolo di un fabbro in un piccolo villaggio di una Cina tutta kung fu e cappa & spada. Qui forgerà le armi per sanguinosi clan in lotta, che deciderà di combattere in prima persona per provare a costruirsi un futuro altrove con la sua amata. Il tutto è naturalmente condito da numerosi personaggi dalla dubbia utilità e da sangue come se non ci fosse un domani.

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La passione di RZA per l’universo b-movie, in particolar modo per il cinema d’arti marziali orientale, è forte e traspare limpidamente dalla pellicola, tutto questo non evita però la caduta del film in una sorta di pastiche confuso e mal recitato che vive un grandissimo complesso d’inferiorità nei confronti del “padre spirituale” Quentin Tarantino. Efficaci le scene di combattimento, anche se l’uso eccessivo dello slow motion tende a renderle alla lunga un po’ ripetitive.

Pro

Contro

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