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Uomo nero, cinema che brilla

C’era una volta una vecchia stazione nel tacco dell’Italia, un capostazione con il sogno della pittura, una moglie devota ma anche impegnata nel suo lavoro di insegnante, uno zio con il pallino delle donne. E c’era una volta un bambino, Gabriele, che visse tutto questo con l’emozione unica e intensissima dell’infanzia. Questo è “L’Uomo Nero”, film poetico e crudele con cui Sergio Rubini torna alla regia.

E il primo pregio di questa pellicola sta proprio nella sua messa in scena, capace di amalgamare all’interno di una stessa opera suggestioni diverse: dal provincialismo dei piccoli paesi del Sud Italia, da cui specialmente il personaggio di Ernesto vuole evadere tramite la pittura, all’analisi del rapporto padre/figlio, fino alle credenze popolari e ai sogni e paure infantili. Il tutto minacciato soltanto da alcune sequenze a cui una sforbiciata di qualche secondo avrebbe senz’altro fatto molto bene.

Ma “L’Uomo Nero” dimostra anche qualcos’altro. E cioè che i buoni attori italiani possono essere davvero buoni quando ben diretti e quando protagonisti di un film di qualità. Da Riccardo Scamarcio, che ritorna alle sue radici pugliesi, a Valeria Golino, donna dolce e insieme isterica, fino all’ottima prima prova del piccolo Guido Giaquinto e al fascino – tutto personale – dello stesso Sergio Rubini. Il cinema italiano può finalmente festeggiare un po’.

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Quest’anno chi ha frequentato la Mostra del Cinema di Venezia sa quanto è stato doloroso scoprire a uno a uno i film italiani proposti… soprattutto se messi a confronto con i rivali stranieri. Ecco, una pellicola come questa di Sergio Rubini avrebbe fatto esultare i presenti, costretti a sorbirsi compleanni, grandi sogni, o amori improbabili! Gran bel regalo di Natale per il cinema italiano.

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