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Il dolore in tasca

Il più doloroso dei film di Truffaut è ispirato ai racconti di Henry James, tra cui “L’Altare Dei Morti”; la storia è incentrata più sul rapporto con la morte che sulla morte in sé.
Un’idea fissa, il rifiuto della realtà. Julien Divenne, un giornalista di provincia rimasto vedovo, non accetta la morte della moglie. Esperto di annunci funebri, la guerra con la sua tragica quotidianità lo porta a toccare con mano la morte. Trasforma la sua camera in un santuario per stare vicino alla moglie, ed ogni fiammella è un passo che lo avvicina alla donna. La camera viene colpita da un fulmine e si scatena un incendio, Julien riesce a mettere in salvo foto e ritratti della moglie. Restaura una vecchia cappella in memoria della donna e degli amici defunti. La morte sarà d’ora in avanti un’ossessione da cui non è facile dissuaderlo; nemmeno l’amore della giovane Cécilia, dichiarato in una lettera, ci riuscirà.
Tante, nel racconto, le citazioni, perché le morti sono le morti del regista: c’è Cocteau, James, Maunice Jaubert (musicista del film), un bambino muto che riporta a “Il Ragazzo Selvaggio”.
Sono passati dieci anni dalla fine della prima guerra mondiale, la morte e la solitudine fanno da sfondo abitudinale alla vita delle persone. La morte di massa si è fatta conoscere. Lo scandalo può passare anche se si tratta di vite umane, resta però il dolore individuale.

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