Home > Recensioni > La cinquième saison

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Una poesia minimalista

Adamo ed Eva sono Alice e Thomas. Vivono in un villaggio nelle Ardenne. Il film inizia che è inverno. Si sta per fare il falò di zio Inverno. Ma il falò non prende fuoco. È il primo segno di una natura che si sta ribellando e in breve tempo le mucche non fanno latte, le api spariscono, i pesci muoiono e la comunità si sgretola. Alice si prostituisce per il cibo e Pol, lo straniero che vive in un caravan con il figlio disabile, diventerà il capro espiatorio.
Un film (in concorso a Venezia 69) bellissimo, maestoso, che indugia sui particolari, che tiene la camera immobile, a indagare ciò che accade, tra le cime degli alberi. Ci sono sequenze bellissime: quando il fuoco divora la roulotte, quando i giganti entrano in scena, quando i paesani ballano assieme.

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Il film è suggestivo, legato a portentose immagini più che ai dialoghi, ma è in grado — con pochi tratti — di spiegarci i caratteri che agiscono in modo coerente, sino alla fine, quando il privilegiato Thomas decide di aiutare Pol, mentre Alice si riduce a prostituirsi per il cibo, e infine, si annichilisce riducendosi al silenzio e al sacrificio (biancovestita), mentre Thomas se ne va portando con sé Octavien, il ragazzino disabile. Si apre con un rito pagano (che si fa anche da noi) e si chiude con un diverso rito pagano. Ma alla fine, sono diversi?
In molti hanno descritto la cattiveria di cui sono capaci le piccole comunità, sin dai tempi di Dino Buzzati in “Non aspettavano altro”, e “La cinquiéme saison” non fa eccezione.

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