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Una donna senza un uomo è…

Un distinto uomo di mezz’età, Snaporaz, alias Marcello Mastroianni, qui nuovamente alter ego di Fellini, viaggia su un treno. Sulla poltrona di fronte sta seduta un’affascinante signora, con la quale s’innesca un gioco di sguardi; poi, l’approccio. E l’improvviso abbandono: la signora scende alla fermata più vicina, lasciando Snaporaz ancora bramoso. Ma, colpo di scena: Snaporaz, che crede di poter finalmente cogliere l’occasione di lasciarsi alle spalle il grigiore della vita coniugale, e dar libero sfogo al desiderio di sprofondare beatamente in una “gran quantità di donna”, decide di seguire la signora, ma, ahilui, si ritrova in un bosco favoloso, che lo conduce in un albergo messo sotto assedio da un gruppo di femministe inferocite, le quali, identificandolo come l’intruso della situazione -il colpevole, il maschio- si fanno beffe di lui, sottoponendolo addirittura ad una sorta d’Inquisizione. Non è un film ideologico. È piuttosto un tentativo di analisi in forma onirica del rapporto con la figura femminile, vista come madre, e gigantessa dalle forme esasperate, una sorta di contrappasso della sessualità repressa nel Fellini adolescente, bloccato da chiesa, educazione famigliare e perbenismo. Traduzione di una fantasia, nel senso proprio di “fantasma”, “cioè qualcosa di precisissimo ma in una dimensione completamente diversa, sottile, impalpabile”, propria del sogno, di cui conserva la struttura rapsodica. L’osmosi tra conscio e inconscio, cioè tra razionalità e capacità visionaria, è quanto mai felice.

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