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La Profezia di Fellini

Un ritratto crudele e caricaturale dell’abiezione, dell’ipocrisia, delle mistificazioni e della volgare e sfrenata vacuità di una società amorale. Una società in cui è lecito fare mercimonio e spettacolarizzazione dei sentimenti, perfino dell’orrore e della fede, col beneplacito di tutti: miserabili, aristocratici, ecclesiastici, falsi intellettuali che si credono tali solo perché amano la provocazione fine a se stessa. Emblemi di un nuovo e non meno aberrante conformismo, espressioni della noia “borghese” (cioè di coloro che, non avendo la preoccupazione di svegliarsi la mattina presto per andare a lavorare altrimenti la baracca non va avanti, non sanno come impiegare il tempo, e vivono abbandonandosi ad un edonismo autodistruttivo). Marcello, il protagonista, è una sorta di Amleto, perché si rende conto dello squallore di cui è attorniato, e s’interroga se smascherarlo con disprezzo, oppure accettarlo e abbandonarsi all’inazione. Vorrebbe scrivere un libro ma lavora come giornalista scandalistico, ammira il suo amico intellettuale ma la tragica fine di questi lo sconvolge, persuadendolo che non c’è possibilità di scampo, che “la realtà è questo vuoto, questo nulla, questa materialità vacua”, come sottolineò Carlo Lizzani. E a nulla vale il richiamo alla purezza della ragazza in riva al mare in tempesta. Dal punto di vista stilistico, con la sua estrema ricchezza inventiva, con la sua libertà espressiva, il film “contribuì a quel rinnovamento dei modi narrativi che fu il fenomeno più vistoso nel cinema degli anni Sessanta” (Morando Morandini).

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