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Il trionfo dell’immagine fatale

Più che alla storia “La Fiamma Del Peccato” appartiene al mito. Billy Wilder scolpisce in maniera definitiva l’immaginario noir: facce, corpi, situazioni, scenari, persino battute si staccano dalla pellicola e deflagrano come schegge impazzite andando ad influenzare ed informare tutto il cinema a venire.

Il modello narrativo della donna che induce l’amante ad ucciderle il marito ricorre in molti noir dell’epoca ma raggiunge ne “La Fiamma Del Peccato” l’espressione più compiuta e perfetta. L’assicuratore Walter Neff si lascia sedurre dalla moglie di un suo cliente, Phyllis Dietrichson, e stipula una polizza sulla vita del marito. Per usufruire della clausola di doppio indennizzo in caso di morte avvenuta in circostanze rare i due avidi amanti uccidono l’uomo in auto e ne scaricano il corpo sui binari facendo credere che sia caduto dal treno in corsa. Pedinato dal collega investigatore Keyes, Walter scoprirà di esser stato soltanto una pedina nelle mani di Phyllis.

Sceneggiato da Raymond Chandler da un racconto di James Cain, il film è raccontato in flashback ed è pervaso da un senso di irreversibilità del destino assolutamente mozzafiato. Persa ogni facoltà di controllo sugli eventi, il protagonista racconta in prima persona la storia della propria rovina a causa di una donna. Il ricorso al flashback non solo accresce il senso di fatalismo, ma si inserisce in una modalità narrativa confessionale: Walter, in fin di vita, registra la confessione dell’omicidio all’amico Keyes, figura che incarna l’istanza paterna e rappresenta la Legge che Walter ha consapevolmente tentato di trasgredire. Questa modalità confessionale-investigativa ha come oggetto la ricerca della verità sulla femminilità e come scopo quello di indurre lo spettatore ad unirsi al narratore nella condanna morale della dark lady.

Tuttavia, nonostante l’ammissione della colpa e il finale punitivo secondo le regole del Codice Hays, il film accorda alla dark lady uno schiacciante potere visivo. I codici che regolano la composizione dell’inquadratura, il posizionamento e il movimento della cinepresa e l’illuminazione conferiscono alla donna un primato visivo inequivocabile al punto tale che l’immagine della dark lady, iper-femminile ed eccessiva, finisce col dominare completamente il testo.

Barbara Stanwick fornisce il modello inarrivabile di dark lady: Wilder ancora il punto di vista al protagonista e lascia il personaggio femminile avvolto in un’aura di assoluto mistero. L’ingresso in scena in cima alle scale è emblematico: la posizione sopraelevata suggerisce il dominio spaziale della donna rispetto al protagonista. La scala si conferma come motivo iconografico tipico della donna fatale: imponente e minacciosa vestale del male, la dark lady domina un disegno di linee architettoniche e luministiche come un ragno al centro della sua ragnatela.

Phyllis è inquadrata dal basso con un asciugamano avvolto allusivamente intorno al corpo; subito dopo, quando scende le scale, la macchina da presa inquadra il dettaglio feticistico della catenella d’oro legata alla caviglia, inquadratura divenuta oggetto di culto. La catenella è un accessorio che denota la femminilità eccessiva della dark lady e funziona come simbolo distintivo del fatale. Una simile erotizzazione del corpo femminile rientra in un meccanismo di controllo dell’immagine messo in atto dallo sguardo maschile e rivela la potenza sovversiva del noir. Un universo di incubi oscuri che porta alla luce fantasmi e contraddizioni.

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