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La Fine è Il Mio Inizio

La quieta dipartita

Tratto dal libro testamento dello stesso Tiziano Terzani, “La Fine È Il Mio Inizio” è l’intimo percorso di un padre che, vedendo chiaro in se stesso, prima di chiudere il cerchio della propria vita è convinto che manchi ancora “l’essenziale”: recuperare il rapporto con il figlio Folco, ormai sfilacciato dalla lontananza e dal tempo. Attraverso le parole padre e figlio cercano insieme, se c’è, il senso dell’esistenza. I ricordi ancora fulgidi e vividi conducono, a ritroso, verso tappe fondamentali della vita di Terzani, quelle “vitali” che ne hanno mutato il corso e l’approccio nei confronti della malattia.

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È davvero un grande atto di coraggio fatto di parole, sguardi e paure inespresse quello che Jo Baier ci regala, con ossequioso rispetto. Terzani rivive nel volto di Bruno Ganz che, senza violarne la personalità, regge mirabilmente il tessuto narrativo, non patendone il peso, ma ricomponendolo più volte sulla sua figura toccando corde inconfessate, emozioni autentiche, sempre universali.
Il film vede il diletto farsi pregio e la potenza ammaliante della parola fa sgorgare immagini nella mente, mai mostrate, ma incise nell’animo con estrema semplicità. Il protagonista è un uomo che con poetico disincanto si approccia alla morte.
Una mistica rassegnazione che solo la sublimazione del pensiero e l’eleganza della parola riescono a comunicare.
Paola Tarasco, 8/10

Questo, sia ben chiaro, non è un film su Tiziano Terzani e la sua esistenza. Siamo piuttosto di fronte a un flusso interminabile di parole, ai discorsi che un padre sul letto di morte fa al figlio perché viva a pieno la sua vita. E qui sta il limite, dal momento che, al cinema, troppo dialogato – si sa – è un rischio. Un rischio che non risparmia neanche la pellicola di Baier, penalizzata oltretutto da un doppiaggio a dir poco rigido che snaturalizza il tutto, portandolo alle soglie della peggior fiction tivù. Da apprezzare lo sforzo e, ovviamente, il pensiero di Terzani.
Paolo Valentino, 5/10

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