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  • La Grande Avventura Del Piccolo Principe Valiant

    Diretto da Yasuo Othsuka

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La grande avventura dell’animazione giapponese

“La Grande Avventura Del Piccolo Principe Valiant” è una di quelle perle nascoste del cinema, segnate da un iniziale insuccesso al botteghino e successivamente tramutate in veri e propri miti. Per questo film, le cause dell’insuccesso furono una vena marcatamente sperimentale e visionaria e una conseguente sfiducia da parte della casa di produzione, la Toei, che non attuò una distribuzione adeguata a tutto il lavoro svolto in tre anni di realizzazione. Tra i motivi che invece hanno reso questo “Valiant” un mito c’è innanzitutto il nome del regista: quell’Isao Takahata che, insieme, con Miyazaki (qui tra gli animatori) fonderanno lo Studio Ghibli. E poi il fatto che siamo di fronte a un vero precursore del genere fantasy giapponese, reso speciale e affascinante proprio dallo stesso coraggio stilistico che ne ha segnato, nel contempo, l’insuccesso commerciale.
La pellicola narra la storia del principe Hols che, rimasto orfano, torna al villaggio del padre per affrontare il perfido Grunwald, sorta di divinità del ghiaccio. Ad aiutarlo avrà la Spada del Sole, vecchia arma che il ragazzo estrae dal mastodontico uomo di roccia Moog. Ecco profilarsi la lotta, primigenia, tra sole e ghiaccio, che si esplica in una serie di dicotomie, anche visive, attentamente calibrate. Se infatti la gente del villaggio vive in una società serena, a contatto con la natura, sempre impegnata nel lavoro comune o nelle feste collettive, Grunwald vive solitario in un buio antro silenzioso. E la dicotomia si incarna nella figura di Hilda, sorella quasi pentita di Grunwald che, al ghiaccio degli abiti, contrappone il caldo arancione dell’iride.
Dal punto di vista prettamente tecnico, ad animazioni incredibilmente fluide si alternano scene volutamente statiche, così come accanto a gamme cromatiche accese e variegate troviamo sequenze in cui domina un’unica tinta, con evidente funzione semantica. E lo stesso dicasi per l’accompagnamento musicale, che conferisce il giusto pathos ai momenti cruciali della narrazione.
Le ragioni per riscoprire questo tassello della storia dell’animazione datato 1968, insomma, ci sono davvero tutte.

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