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Tormento religioso e natura umana

Sospeso dal sacerdozio per condotta immorale, il pastore Lawrence Shannon si ricicla come guida turistica per viaggi di second’ordine in Messico. Immerso nella selvaggia natura di Puerto Vallarta, Shannon accompagna un gruppo di insegnanti della Scuola Battista guidati dall’irreprensibile Miss Fellowes. Sedotto dalla sedicenne Charlotte e rimosso dall’incarico, si divide fra la sensualità di Maxine, proprietaria dell’hotel sulla spiaggia da sempre innamorata di lui, e il candore virginale di Hanna, pittrice itinerante con cui instaura un profondo legame umano. Sull’orlo della pazzia affronterà i suoi demoni proprio con l’aiuto di Hanna.

Nelle mani di John Huston il dramma di Tennessee Willliams, più pesante del solito in simbolismi e metafore religiose, acquista un’ironia ed un ottimismo del tutto inconsueti, anche se il risultato non è pienamente convincente. L’ambientazione esotica richiama il giardino di Sebastian, ma non simboleggia la minaccia del mondo naturale, quanto la “culla della vita” e l’innocenza perduta dello spirito. Le iguane, lucertole giganti catturate dagli indigeni, sono “creature di Dio giunte alla fine della loro corda”, proprio come i personaggi in attesa di essere liberati dalle loro catene.

Sudato, alcolizzato e lacerato dalla colpa, Shannon non riesce più ad allacciarsi il colletto talare e si auto-flagella camminando sui vetri rotti per resistere alle tentazioni della carne. E la ninfomania di Charlotte è una diretta conseguenza dell’educazione repressiva impartitale da Miss Fellowes. Inconsapevolmente lesbica, Miss Fellowes non può che imporre agli altri quella stessa legge sulla negazione del desiderio che impone prima di tutto a se stessa.

Se la fiera meticcia Maxine è un altro esempio del “destreggiarsi fra le nebbie buffe” e fra “gli amori osceni e corrotti della terra”, splendida metafora della condizione umana, è il luminoso personaggio di Hanna a farsi portavoce di una visione meno disperata della vita. Dotata di un animo sensibile e raffinato e di una grande forza interiore, Hanna veste la propria solitudine con signorile dignità: “Ogni cosa dobbiamo tentare per andare avanti, forse in un posto come questo, dopo lunghi e difficili viaggi. Quei viaggi sotterranei che fanno i poveri ossessionati lungo i tratti non illuminati della loro natura”.

Il sottotesto della colpa e della vergogna omosessuale, espresso metaforicamente dal personaggio del prete che alla fine cede alla natura umana, trova in Hanna un’apertura positiva e fiduciosa: “Niente di ciò che è umano mi disgusta. L’importante è che uno non sia mai solo”. E se alla fine Hanna accetta un destino di solitudine, Shannon sceglie l’amore: “Non potrai trovare altro luogo in cui dimorare, non un albero dorato… ma nel mio povero cuore spaventato” come recita l’ultima poesia del nonno di Hanna, poeta morente.

Splendida la fotografia di Gabriel Figueroa e scandaloso per l’epoca l’erotismo della Gardner nella scena del bagno notturno con i due amanti indigeni.

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