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Qual è l’umore del matto?

Nicola sta dentro al manicomio e pare ovvio che qui ci si sta o perché si lavora o perché si è matti. Fatto sta che dopo la morte della madre, avvenuta in manicomio, Nicola prende il suo posto. In un mondo dove i marziani di Marte sono molto più avanti degli umani, dove i Premi Nobel si assegnano sul Pianeta degli Idioti e dove le donne barattano con le uova e gli uomini amano – in senso attivo e passivo – il verbo “leccare”, Nicola cresce ora offrendo cacche di pecora spacciate per nutrimento magico, ora convincendo che il posto in cui abita si scrive “manicomio” ma si legge “condominio dei santi”. Nell’angolo ottico a cui è costretto, Nicola ha il suo rosario laico di mantra con cui conduce la sua esistenza, dall’incontro con la sua prima cotta alla quotidianità in manicomio, e che sempre le fanno da opportuna colonna sonora.

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L’arte cinematografica consente al regista di mischiare chiaramente presente e passato: l’era s’insinua nell’ora e fra la nascita avvenuta nei favolosi anni Sessanta, l’infanzia e l’età adulta si stringe un legame indissolubile. Il tema del tempo pare caro a Celestini, che all’apice di un climax emotivo, espone la sua idea sulla tempistica dell’amore, fra l’amore eterno e quello del momento. In tutte queste sue dimensioni, come sta Nicola? Il Nicola piccolo e quello cresciuto, quello in compagnia della nonna che ha sempre le uova in borsa e della suora che si merita “scoreggiona” come epiteto esornativo, il Nicola che non ha mai leccato e non è mai stato leccato, quello a cui viene offerto e che offre il caffè a Marinella?
È un outsider di razza Celestini e il riadattamento cinematografico de “La Pecora Nera” lo conferma. E poi c’è la standing ovation alla fine della proiezione, che conferma anche un’altra cosa: l’apprezzamento del pubblico in sala.

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